venerdì 29 luglio 2011

0 Shampoo (1975)

George (Warren Beatty) è uno scopatore incallito che nel poco tempo libero lavora come parrucchiere in un salone di bellezza a Beverly Hills. Siamo alla fine degli anni 60, epoca di sesso libero e contestazione, ma George è interessato unicamente al primo di questi fattori. Non sente l’esigenza di prendere un impegno serio con nessuna donna ed è capace di mentire a tutte senza che loro per lungo tempo se ne rendano conto, ognuna di esse attratta dal fedifrago impunito. C’è la donna di mezza età trascurata dal ricco marito provvisto di amante, c’è la ragazza acqua e sapone, c’è la vecchia fiamma e qualunque donna capiti a tiro nel raggio di influenza di George. Le cose però cambiano quando si rende conto di essersi innamorato per la prima volta di una donna, Jackie, ma purtroppo lei ha già preso un impegno con un altro uomo che le può offrire protezione, soldi e sicurezza.

Il film è considerato in America una delle migliori 100 commedie statunitensi ma a mio modo di vedere è difficile inquadrare la pellicola nell’ambito “fatti una risata tra un pop corn e l’altro”. Si tratta infatti di uno spaccato di vita quotidiana degli anni 60 in un quartiere di ricchi e viziati dove persino un uomo tutto sommato inetto è capace di mettere a frutto i suoi due unici talenti (scopare e pettinare) per vivere come un pascià. Non ci sono figure positive in questo film, tutti infatti arrivano a imboccare strade di convenienza pur di non accettare la realtà oppure chi la accetta finisce per unirsi ad un uomo che in realtà non ama ma che le offre protezione e nessun grattacapo. Il film comunque scorre veloce e fa sorridere in alcuni frangenti ma sempre con un che di amaro o schiettamente volgare. Warren Beatty è il solito mascellone con l’espressione da pesce lesso ma per chi lo apprezzasse guardando il film ne potrà scoprire più volte il lato B. In giro c’è di meglio ovviamente ma trattandosi di un film con molte candidature all’Oscar merita comunque di essere visto.

VOTO 6  

mercoledì 27 luglio 2011

0 Heidi–Johanna Spiri

Trama: La storia si ambienta nell’800 in Svizzera e a Francoforte e racconta la storia della piccola Heidi, un’orfana di cinque anni che viene portata dalla zia Dete su all’Alpe dove vive suo nonno, un uomo solitario che sfugge la gente e che ha scelto, dopo la morte dell’amato figlio, di vivere lontano da tutti. Heidi, una bambina semplice e fino ad allora poco amata scopre piano piano un mondo bellissimo fatto di natura incontaminata e semplicità. Conosce il pastorello Peter e con lui inizia a recarsi ogni mattina sulla sommità del monte per portare al pascolo le caprette, anch’esse molto legate alla bimba e sue uniche compagne a parte il nonno.

Due anni dopo però la bimba viene di nuovo portata via dalla sua nuova casa dalla zia Dete che la porta a Francoforte dove dovrà fare da amica e compagna di giochi a Clara, una bambina impossibilitata a camminare e perciò molto sola nella sua grande e maestosa casa di città. Qui Heidi conosce la terribile Rottenmeier la governante di casa Sesemann che subito la fa sentire inadeguata e incompresa più di quanto si senta già da sola, chiusa tra quattro pareti senza un minimo di verde a ricordarle l’Alpe. Le uniche persone che le mostrano simpatia sono il maggiordomo Sebastian, il Dottore e la Nonna di Clara. Heidi pian piano impara a leggere così da poter apprezzare le storie edificanti presenti nel libro che le dona la signora Sesemann, l’unica persona in grado di esortare la bimba all’impegno e allo studio e soprattutto a insegnarle a pregare. Heidi da quel momento vive in un misto di serenità per aver imparato a fare qualcosa che riteneva impossibile e la rassegnazione di non poter mai più fare ritorno dal nonno. La sua unica consolazione sono le immagini del libro che mostrano paesaggi montuosi e ricchi di verde, il resto della sua vita è invece scandito dagli orari di Clara e dagli obblighi imposti dalla governante, sempre più insofferente nei suoi confronti. Alla fine è il Dottore che capisce che la bambina sta male e rischia di morire a meno che non torni al più presto in Svizzera, cosa che puntualmente accade e che riporta la gioia nel cuore di Heidi.

L’inverno successivo al suo ritorno sul monte il nonno si decide a trasferirsi per la stagione fredda a Dorfli in modo che Heidi possa frequentare la scuola come tutti i bambini del paese. Da questo momento anche il vecchio viene reintegrato nella società che fino a quel momento lo respingeva ritenendolo pericoloso ma che finalmente si rende conto che in realtà si trattava di un uomo onesto e di sani principi. Con l’estate Heidi ritorna nell’alpeggio e dopo qualche tempo viene a trovarla Clara che viene invitata a fermarsi per un mese. Durante questo tempo la giovane invalida ritorna ad essere una ragazzina in salute e finalmente felice. Peter geloso dell’amicizia tra Heidi e Clara decide poi di rompere la sedia a rotelle della bambina ma questo gesto apparentemente tremendo porta invece ad un finale insperato in quanto Clara piano piano ritorna a camminare grazie all’aiuto di Heidi e del nonno.

Il romanzo si chiude con Heidi, il nonno e il Dottore che vivono serenamente insieme a Dorfli durante l’inverno e nella baita di montagna in estate. Heidi non sarà mai più una bambina infelice e sola.

Commento: Il romanzo è sicuramente meno conosciuto dell’amatissima e intramontabile serie animata che ha accompagnato l’infanzia dei bambini dagli anni 70 in poi e che rispetta in modo piuttosto fedele la controparte narrativa. Certo quando si legge il libro, scritto in modo delizioso (scorrevole ma allo stesso tempo non infantile), i personaggi che ci vengono alla mente sono ovviamente quelli degli anime e viene quasi automatico affezionarsi a questo piccolo gioiello della narrativa per ragazzi. Non è un romanzo che solitamente è presente nelle librerie di casa proprio per il fatto di ignorare che esista un libro da cui è stato tratto il cartone animato e non viceversa. Ci troviamo infatti davanti ad un’opera del lontano XIX secolo che i grandi artisti giapponesi sono stati in grado di portare alla notorietà mondiale offrendo la possibilità a chi fosse curioso di immergersi in una lettura che coinvolge senza stancare mai. E’ un romanzo altamente edificante, ricco di buoni sentimenti e con un grande amore per le cose semplici, spesso le migliori che la vita ci può donare e che possono dare un senso vero alla vita. Dio è molto citato come è giusto aspettarsi da un romanzo rivolto all’infanzia, in quel tempo incanalata dalla letteratura verso un percorso moraleggiante che portasse esempi di vita da seguire allontanando le giovani generazioni dai pericoli del vizio e dei capricci. Tutto ciò per noi è quanto meno anacronistico e fuori tempo ma sappiamo che è il segno dei tempi che cambiano, ora vogliamo per i bambini storie di maghi o eroi fantasy, non precetti morali che mal si sposano con un’epoca tecnologica e progressista. E’ un peccato che certi capolavori non siano pubblicizzati come romanzi evergreen ma che siano relegati in posizioni di basso profilo, come edizioni ridotte per bambini piccoli o nel reparto classici, spesso lontano dal settore occupato dalla letteratura per l’infanzia. Io comunque lo consiglio vivamente a tutti i genitori sperando che possa essere riscoperto e perché no accompagnato dalla visione contemporanea del bellissimo anime targato Takahata.

Voto: 10    

     

martedì 26 luglio 2011

0 Quando gli incivili ti inquinano il quartiere e il comune di Cagliari non fa niente

Da quando sono nata ho sempre pensato che il mio quartiere fosse l’isola della borghesia, una zona a tasso zero di inciviltà e vandalismo e questo mi rendeva sicura sia nel tornare a casa la sera sia nel dormire nel mio letto la notte. Parlo del quartiere di San Benedetto a Cagliari, cuore pulsante del capoluogo sardo ma fino a qualche anno fa privo di gelaterie, di bar di vecchi ubriaconi, di locali di specialità siciliane e di kebabberie. Era un quartiere che calava le serrande alle 8 di sera per rialzarle alle 8 dell’indomani. Parcheggio scarso allora, ora decisamente un miraggio. Ma questo è il minimo anche se quando sei residente un bel po’ ti rompi il cazzo del negoziante con la macchina in doppia fila così come i suoi villici clienti o degli avventori della gelateria di turno (Fruit n’co.) che piazzano la macchina dove merda gli capita. Io non sono della scuola di pensiero che sostiene che la vita notturna renda più sicura un quartiere perché più frequentato, anzi penso che da quando la mia zona è diventato una tappa della movida noi tutti abbiamo visto peggiorare la nostra tranquillità

Faccio qualche esempio: schiamazzi a qualunque ora, macchine piazzate dove capita, ragazzini che pisciano contro i muri dei palazzi, schegge di bottiglie di birra ovunque, tamponamenti un sabato sì e l’altro pure, vetrine danneggiate e ciliegina sulla torta un cassonetto della carta dato alle fiamme. Quest’ultimo fatto lo ritengo di una gravità fuori dal comune, soprattutto perché capitato in via San Benedetto, una via a fitta percorrenza e visibilissima. Come dire: guardate e ammirate come so danneggiare la roba di proprietà altrui. Niente è stato fatto, niente è stato detto né nei telegiornali, né sui quotidiani locali (Unione Sarda) più interessati al gossip estivo o alla beatificazione del signor Berlusconi piuttosto che allo scadimento della vita nella nostra città.

Una volta mi hanno pure rovinato totalmente la carrozzeria della macchina con un oggetto tagliente e ho dovuto subire senza poter fare niente perché la mia Opel Corsa non ha bocca, occhi o udito e tantomeno una telecamera a circuito chiuso. Inghiotti e porta a casa, tanto in Italia l’interesse del residente viene sempre dopo quello dell’esercente, tanto è vero che nella mia via, una minuscola traversa di via San Benedetto, il Comune ha avuto l’assurda e vergognosa idea di mettere 10 posti per gli scooter, eliminando di fatto due parcheggi in una zona che presenta enormi difficoltà per chi non possiede un garage. Hanno così accontentato un bar di malaffare frequentato dai soliti zozzoni di ogni età (i vecchi beoni, i perdigiorno del cafferuzzo a qualunque ora, i drogati della slot machine) e un servizio di posta celere dove non entra mai nessuno. Inoltre all’incirca un anno fa sempre il Comune di Cagliari ha concesso (sempre in via Corelli) un passo carrabile ad un’agenzia di scommesse e qualcuno mi spieghi perché visto che non mi sembra che tali attività necessitino di un carico e scarico. Beh questo ha avuto come conseguenza un ulteriore diminuzione dei parcheggi disponibili e lo spostamento dei vari cassonetti dalla parte del mio portone perché li impestavano l’aria degli scommettitori. L’agenzia di scommesse ha chiuso e tutto è rimasto tale e quale.

Grazie al comune di Cagliari   

0 Una ragione per vivere e una per morire

Oggi ho ucciso per la prima volta”

Io per l’ultima

Questa è la chiusa della pellicola e diciamo che quasi quasi valeva da sola il prezzo del biglietto nel lontanissimo 1972, epoca d’oro dei cosiddetti Spaghetti Western, genere al quale appartiene di diritto questo celeberrimo film interpretato da un bravo Bud Spencer, un segaligno James Coburn e un quasi anonimo Telly Savalas.

Come nei più classici film western ci troviamo all’epoca della guerra tra Nordisti e Sudisti nello stato del New Messico, territorio arso dal sole e caratterizzato da piccoli borghi dotati di saloon, drogheria e ufficio dello sceriffo. La storia principale riguarda il colonnello nordista Pembroke (James Coburn), desideroso di vendetta nei confronti del maggiore sudista Ward (Telly Savalas), macchiatosi dell’uccisione del figlio di Pembroke. Il piano dell’ex colonnello consiste nell’occupare il Forte dove stazionano i Sudisti e Ward, ma per fare ciò ha bisogno di uomini e gli unici che riesce a mettere insieme sono dei condannati a impiccagione a cui viene offerta la possibilità di salvare la propria vita partecipando all’azione di guerra. Tra di loro c’è anche Sampson (Bud Spencer) un ladruncolo che subito si affeziona a Pembroke e che avrà un contributo importante per la vittoria finale.

Dico subito che non sono una estimatrice del genere western perciò il mio giudizio potrebbe non valere niente o nascere da pregiudizi atavici, visto che ho sempre cambiato canale al solo vedere covoni che rotolano nel deserto o pellerossa inseguiti da cowboy.

Ho trovato il film lentissimo per la prima ora e poi molto coinvolgente nella parte finale, quella più pregna di significati, dove ci si immedesima nel manipolo di disperati che tentano un impossibile attacco al fronte nemico, tutti guidati da scopi diversi ma ugualmente determinati a vincere o morire. Mi ha molto colpito Bud Spencer, molto bravo, stavolta più attento alla recitazione che alle botte da orbi, tipiche del suo personaggio. Coburn più che credibile nella parte dell’uomo ferito dal destino e ormai disinteressato alle sorti della guerra tra Nord e Sud ma guidato solo da un’umana sete di vendetta per un suo lutto personale. Savalas compare poco e solo nelle battute finali e diciamo che il suo contributo non è così intenso come quello degli altri protagonisti ma fa comunque apprezzare la sua parte da cattivo di turno.

La trama non è male, il film è guardabile.

Voto: 6,5 

  

mercoledì 20 luglio 2011

0 Inferno (1980)

Non mi ritengo un’esperta delle opere cinematografiche di Dario Argento, anzi ad essere sincera questo è il suo primo film che mi capita di vedere  nonostante mi ritenga una cultrice di pellicole horror. Il primo impatto è stato positivo,devo ammettere infatti che sono rimasta sinceramente colpita sia dalla trama (cavillosa e contorta come piace a me) che dagli effetti speciali che considerato l’anno di produzione sono altamente spettacolari.

Ci troviamo al cospetto di un horror di matrice sovrannaturale con elementi di tensione e sequenze splatter con inquadrature dettagliate su squartamenti, decapitazioni e ferite di varia natura. Gli elementi di tensione sono, come spesso accade nei film di Argento, sottolineati da temi musicali ad effetto e da un grande uso di luci rosse al di là di superfici trasparenti. La recitazione non è granché così come la fotografia in generale, segno inequivocabile dei tempi….tempi in cui si puntava tutto sui contenuti piuttosto che sull’estetica. Perdonabile considerato che i vari horror di scuola americana dello stesso periodo (se non addirittura successivi) presentano la stessa tecnica artigianale (Nightmare, la Casa, etc…) e sono considerati a ragione dei veri e propri cult movie.

Molto tangibile l’atmosfera onirica che ammanta tutto di elementi di sospensione e attesa. Corridoi interminabili che portano in luoghi polverosi o dimenticati da Dio, situazione del tutto simile a ciò che si sogna nei peggiori incubi. Ci sono ovviamente anche alcune assurdità tipo un piano sotterraneo della casa di New York sommerso dall’acqua che esce da una conduttura rotta oppure lo studio di un alchimista all’interno di una biblioteca romana. Inoltre non mi è chiaro come mai nonostante si dica chiaramente che le Tre Madri hanno la loro residenza a New York, Roma e Friburgo quest’ultima sia stata totalmente tralasciata lasciando così scoperto un pezzo importante del domino. Interessante la figura del vecchio architetto che riesce a parlare solo con un amplificatore all’altezza della gola, ma ne godiamo poco perché viene fatto fuori in tutta fretta per lasciare spazio ad un finale alquanto banalotto: la casa è arsa dalle fiamme e viene rivelato che in realtà la madre è una sola e il suo nome è Morte.

Tutto sommato quindi è un ottimo esempio di film horror anni 70, un po’ troppo giocato sulle scene forti ma che regala davvero più di un brivido sulla schiena. Consigliato ma non a chi ama i gatti.

Voto: 7 

lunedì 18 luglio 2011

1 La settima donna (1978)

Film stranissimo, una via di mezzo tra una ciofeca pazzesca e una genialata.

La storia parla di tre rapinatori che decidono di rifugiarsi in una villa a due passi dal mare, in realtà un collegio femminile gestito da una suora in abiti borghesi. Insieme alla suora ci sono cinque studentesse e una cameriera che viene uccisa dopo pochi istanti nel tentativo disperato di fuggire. Da quel momento per le sei donne rimaste inizia un incubo fatto di violenza e stupri, a cui viene sottoposta anche la coraggiosa suora.

I protagonisti sono un giovanissimo Ray Lovelock e un’intensa Florinda Bolkan. Il film respira un’atmosfera pienamente anni 70, dove non si sfugge dal sesso e dall’inquadratura maliziosa di seni in bella mostra. Nonostante ciò impossibile negare che in alcuni frangenti si senta l’angoscia dell’impotenza e dell’impossibilità di fuggire dalla grande casa con pietre a vista. Il regista ha giocato molto bene tra il sesso e la paura fino a creare una pellicola che potrebbe entrare di diritto tra i cult movie della fine degli anni 70.

All’inizio vediamo inquadrati solo i piedi e le gambe dei tre uomini mentre stanno compiendo la rapina in banca e non riusciamo a capire il ruolo di ognuno di essi. Con questa scelta, il regista Prosperi, ci fa pensare per buona parte del film che il biondo della banda sia il più umano, mentre col trascorrere dei minuti assistiamo ad un flash back che mostra come in realtà sia stato lui quello che si è macchiato dei due omicidi avvenuti durante la rapina. Per passare invece al titolo del film, ovviamente si capisce che la “settima donna” non è altro che la suora, anch’essa donna dopo lo stupro, donna anche prima di indossare i paramenti sacri ma soprattutto donna prima dei titoli di coda quando rinuncia al crocifisso per uccidere i suoi persecutori.

Non so io ripeto ho trovato il film interessante e a tratti angosciante. Lo consiglio a chi vuole godersi un thriller in salsa italiana.

Voto: 7

venerdì 15 luglio 2011

0 The weather man–L’uomo delle previsioni (2005)

Il film è parecchio intenso, profondo e intimista. Un film che lascia il segno nonostante abbia letto da più parti pareri pessimi riguardo all’oggetto in questione. Si è parlato soprattutto del dfatto che la trama sia poco realistica e che la famiglia rappresentata sia il peggio esistente nell’umanità. Non è mancata neanche la critica gratuita sulla presunta volgarità del film.

Io non so cosa dire rispetto a queste voci prive di fondamento, in quanto io ho trovato il film splendido e coinvolgente, capace di emozionare e far riflettere. Gran parte del merito va divisa in parti eque tra il regista Gore Verbinsky (papà dei due primi capitoli dei Pirati dei Caraibi e della trasposizione statunitense del cult movie The Ring) e il grande, grandissimo Nicolas Cage, particolarmente in palla nel recitare la parte dell’uomo insicuro, sconfitto da se stesso e dalle aspettative paterne mancate.

Il film racconta in prima persona la storia di David Spritz, un figlio d’arte (il padre è un giornalista premiato col Pulitzer e uno scrittore apprezzato) che lavora come “meteorino” in una tv locale, guadagnando tanti soldi ma riscuotendo le antipatie di molti che esprimono il loro disprezzo verso di lui lanciandogli periodicamente addosso prodotti dei fast-food. David tenta anche la strada della scrittura ma con poco successo visto che il suo lavoro viene disprezzato dalla sua stessa famiglia che lo ritiene spazzatura. David insomma vorrebbe che suo padre fosse fiero di lui ma sa che la strada da lui scelta non può essere apprezzata da chi nella vita ha studiato e lottato per arrivare in alto, non accontentandosi di fare tv spazzatura o di condurre una vita mediocre. Inoltre a peggiorare il suo stato d’animo ci sono anche le beghe familiari: sua moglie l’ha lasciato e i suoi due figli sono ragazzi fragili: la bambina è obesa e presa in giro dai compagni e il figlio maschio va da uno psicologo che arriva a molestarlo sessualmente.

Mi ha molto colpita l’assoluta consapevolezza di David di essere un mediocre e l’entusiasmo che lo prende nello scoprire che c’è qualcosa che sa fare bene: il tiro con l’arco. Lui sa che la gente non lo vede per quello che è, ma solo per quello che vede attraverso uno schermo televisivo e la cosa lo fa impazzire ma allo stesso tempo non riesce a staccarsi da un treno che lo può portare a guadagnare ancora di più, pazienza se non era la strada che aveva desiderato anni prima. Sa di aver deluso l’adorato padre ma sa anche che mentre gli anni trascorrono le strade da scegliere diventano sempre meno fino a diventare una sola, ed è quella che ci rappresenta nel bene e nel male, perciò l’unica soluzione è seguirla fino in fondo perché é l’unica rimasta. L’unica che ci conferisce un’identità.

Non sappiamo che ne sarà di David, tranne che andrà a lavorare ad Hallo America e guadagnerà più di un milione di dollari. La moglie si risposa e i figli crescono lontano da lui che ha preferito il guadagno alla possibilità di star loro accanto, se non per i week end. Forse è una pellicola sulla sconfitta dell’uomo moderno o forse solo la storia di un uomo che troppo tardi si è reso conto di aver perso tutto quello che contava veramente. David però verso la fine prende le sue decisioni e cerca di aiutare i suoi figli nel modo che pensa sia quello giusto, ossia difendendoli da una società cattiva e malata.

Bello.

Voto: 8

 

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