sabato 5 luglio 2014
0 Dallas Buyers Club (2013)
giovedì 22 maggio 2014
0 A beautiful mind (2001)
mercoledì 21 maggio 2014
0 A 30 secondi dalla fine (1985)
sabato 5 aprile 2014
2 Il buio oltre la siepe (1962)
venerdì 20 dicembre 2013
0 Diana la storia segreta di Lady D (2013)
domenica 17 novembre 2013
1 White oleander (2002)
sabato 9 novembre 2013
1 The reader - A voce alta (2008)
lunedì 14 gennaio 2013
0 La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967)–Norman Jewison
Trama: Tibbs, un ispettore di colore, si trova costretto ad indagare su un omicidio avvenuto a Sparta, un paese abitato da razzisti e violenti.
Il film è celeberrimo ma nonostante ciò non mi era mai capitato di vederlo e a dire il vero non sapevo neppure di cosa trattasse. L’unica certezza che avevo era la presenza di Sidney Poitier, il primo attore di colore che abbia raggiunto la celebrità in quel di Hollywood. La visione del film non mi ha portato ad avere un giudizio entusiastico su trama, recitazione e comparto tecnico. L’ho trovato un po’ rozzo e molto stereotipato con un protagonista freddo e quasi immune agli atteggiamenti apertamente razzisti della quasi totalità della comunità. Molto più interessante il ruolo del capo di polizia Gillespie interpretato da un ottimo Rod Steiger. Da un’iniziale diffidenza nei confronti di Tibbs, gradualmente arriva ad un atteggiamento di rispetto e di consapevolezza che il colore della pelle non c’entra niente con le capacità di una persona. Tutto il film è piuttosto lento e si capisce bene che il nucleo della trama non è tanto l’omicidio quanto la disamina del razzismo nell’America rurale.
VOTO 6
sabato 22 dicembre 2012
0 Brutti sporchi e cattivi (1976)–Ettore Scola
Trama: Giacinto vive in una baraccopoli alla periferia di Roma, conserva gelosamente un bel gruzzolo difendendolo dalla numerosa famiglia che vive insieme a lui in una catapecchia.
Ettore Scola è un grande regista che in questo caso supera se stesso con un film durissimo, penetrante e tagliente come un rasoio. La bruttezza dei personaggi è pari all’aspetto estetico del luogo in cui sono costretti a sopravvivere. Non hanno principi morali, sono attaccatissimi ai beni materiali e trascorrono la vita a odiarsi a vicenda.
Impietosa l’immagine di un’altra Roma, molto diversa da quella a cui ci ha abituati un certo tipo di cinema molto più glamour. Non si può parlare esattamente di neorealismo in quanto siamo fuori periodo storico e in ogni caso ampi spazi vengono lasciati anche ad una certa vena caricaturale che allontana la vicenda dalla realtà più vera.
Grandissimo Nino Manfredi, praticamente irriconoscibile. Una prova monumentale che difficilmente potrebbe essere replicata da attori del nostro tempo. Non da meno i suoi comprimari per la maggior parte esordienti assoluti.
La speranza in questo film non è contemplata. Persino il finale con la ragazzina non ancora adolescente rimasta incinta (di qualche zio o parente) è un pugno nello stomaco che sembra voler dare la dimensione della ciclicità ad una vicenda e ad una società tristissima.
VOTO 8
martedì 18 dicembre 2012
0 Brucia, ragazzo brucia (1969)–Ferdinando di Leo

Trama: moglie insoddisfatta prova per la prima volta il piacere sessuale con un giovane bagnino don Giovanni. Il marito reagisce male e lei si toglie la vita.
In due frasi ho riassunto un film di 90 minuti. L’azione è poca, tutto è affidato ai dialoghi e alle immagini (che devono molto alla contemporanea Nouvelle Vague francese). Il regista sceglie di investigare un mondo sconosciuto e affrontare quello che all’epoca doveva ancora essere un argomento tabu: l’orgasmo femminile. Infatti al centro della storia, ambientata in una desolata località marina in provincia di Roma, c’è una donna sposata da diversi anni con un uomo piacente ma fin troppo dedito al lavoro. Il sesso tra loro è sempre stata un’abitudine, un automatismo senza significato se non quello di rispettare il vincolo coniugale. Lei nel frattempo conosce il giovane bagnino della spiaggia che non fatica molto a sedurla col risultato di renderla consapevole del suo corpo e della sua femminilità, messa in ombra dall’evidente egoismo del marito, interessato esclusivamente al proprio soddisfacimento. La donna vorrebbe provare le stesse sensazioni col marito e perciò gli rivela di averlo tradito col ragazzo ma che questo non è stato un male in quanto l’ha resa consapevole di poter provare piacere. Il marito rimane scioccato non tanto per il tradimento subito quanto per l’assoluta novità del piacere della donna per lui fonte di vizio e basta.
Questo è il quadro generale e a mio modo di vedere il film si presenta interessante e originale soprattutto perché raramente si affronta il sesso sotto un’ottica femminile. Certo si poteva fare qualcosa di più sia nella scelta degli ambienti che nella caratterizzazione dei personaggi che si presentano tutti molto stereotipati ma tutto sommato il giudizio è positivo.
VOTO 6,5
martedì 11 dicembre 2012
0 Il brigante Musolino (1950)–Mario Camerini
Trama: Giuseppe Musolino viene ingiustamente accusato di aver ucciso un suo concittadino e gli viene assegnata una pena di 21 anni. Riesce però a fuggire con l’intento di mettere in atto la sua vendetta contro chi lo ha tradito…
La storia mette al centro un personaggio realmente esistito ma la trama è assolutamente romanzata. Tutto il film gira inesorabilmente intorno ad Amedeo Nazzari, brigante romantico con forte accento sardo. Inevitabilmente si viene rapiti più dalla sua recitazione rude che dalla storia in se stessa che è debole debole. Com’era tipico dei film ambientati nel Mezzogiorno d’Italia anche in questo caso alcune sequenze e paesaggi ricordano i contemporanei western americani. Divertenti gli spari di fucile che non provocano ferite.
VOTO 6
giovedì 6 dicembre 2012
0 Un borghese piccolo piccolo (1977)–Mario Monicelli
Il film è tratto dal romanzo omonimo di Vincenzo Cerami ma lo stile e i contenuti tipici del grande Maestro del nostro cinema sono rintracciabili in ogni singola sequenza, in ogni dialogo e situazione. Monicelli è stato il grande narratore dell’Italia e degli italiani, quello che meglio di altri è stato capace di scavare dentro le grettezze del comune essere umano fino a creare dei veri e propri capolavori che tutti noi ci ricordiamo anche a distanza di decenni.
Questo film è duro e doloroso come un pugno alla bocca dello stomaco. L’elemento più sorprendente è sicuramente il cambio improvviso di registro stilistico che avviene nel momento di cesura rappresentato dalla morte del giovane Mario Vivaldi. Fino a quel momento infatti Monicelli cavalca la commedia dolce amara tipica dei suoi lavori con la descrizione di come Giovanni pur di assicurare un posto di lavoro a suo figlio è disposto persino a farsi massone con tutte le conseguenze del caso. Il film prosegue con l’arrivo del giorno del concorso statale. Bellissimo il racconto della mattinata in cui Giovanni accompagna suo figlio al concorso con quel sentimento di orgoglio misto ad aspettativa. Il cappuccino con cornetto al bar, i discorsi sulle donne, il viaggio in tram e poi lo sparo e il silenzio improvviso. Mario muore e il film si trasforma in tragedia. Sua madre si chiude in un una sorte di autismo cosciente, suo padre sembra prenderla meglio ma poi si scopre che in realtà sta solo covando vendetta. Tutto ciò che fa lo fa perché si rende conto che la sua vita non ha più senso senza suo figlio, unico vero compagno in una vita vuota e povera di soddisfazioni e allegria. Persino la tanto sospirata pensione non conta più, conta solo la vendetta. Quando anche sua moglie si arrende al dolore morendo nel suono di una sveglia senza più senso, Giovanni è ormai un altro uomo rispetto all’inizio del film.
Questo film è grandioso e grande merito ha ovviamente il grandissimo Alberto Sordi, chiamato a superare addirittura se stesso nell’interpretare un film profondamente drammatico. La sua è la classica maschera dell’italiano becero, ma anche dell’uomo comune con tutti i suoi difetti. La sua recitazione è magistrale ma certo non stupisce più di tanto. La storia cattura, fa sorridere e piangere a dirotto, spiazza e commuove. In una parola un CAPOLAVORO.
VOTO 10
giovedì 29 novembre 2012
0 La bestia nel cuore (2005)–Cristina Comencini

Trama: Sabina è una giovane doppiatrice che vive in maniera distaccata la morte di entrambi i genitori, persone di cui ricorda molto poco. Una notte un terribile incubo la fa precipitare improvvisamente in un passato dimenticato ed è allora che decide di partire per l’America per confidarsi con suo fratello Daniele…
Mi sono trovata davanti ad un grande film, diretto con intelligenza e sentimento e interpretato da straordinari attori. Non è facile trovare un film italiano che ti tenga incollato allo schermo fino all’ultimo istante e invece questo film riesce ad ammaliare e coinvolgere, ad essere credibile pur con qualche limite. Infatti, a parer mio, i punti forti del film sono i rapporti reali, l’amore, l’amicizia, la famiglia. La parte migliore è quella riguardante la storia inverosimile ma allo stesso tempo molto plausibile tra Emilia (Stefania Rocca) e Maria (una superlativa Angela Finocchiaro). La prima, cieca dai vent’anni è da sempre innamorata di Sabina che però non ricambia il suo amore. Però grazie a quest’ultima conosce l’esuberante Maria, una donna di mezza età tradita dal marito che trova in Emilia una nuova speranza pur faticando ad accettare fino in fondo la sua attrazione per una donna. Il tema è stato sviluppato con una leggerezza tale che credo non disturbi persino l’omofobo più accanito. E’ il racconto di una storia d’amore tra due donne che hanno perso la fiducia nella gente. L’amore spinge a cambiare le prospettive di una vita, toglie le sovrastrutture mentali e porta ad accettare anche ciò che si detestava (Emilia accetta il vizio del fumo di Maria e Maria inizia ad affezionarsi al cane di Emilia, proprio lei che aveva paura dei cani). Tutto il resto del film è un po’ meno coinvolgente, molto calligrafico e lezioso, con una regia troppo interessata a fondere la realtà con i fantasmi della mente e dei ricordi, rendendo un po’ pesante la visione. Ho trovato bella anche se un po’ fredda la descrizione del viaggio di Sabina in America, mentre il tradimento di Franco (Alessio Boni) è davvero poco originale. Poco credibile il viaggio in treno di Sabina e un po’ troppo ottimistico il lieto fine tra Sabina e Franco.
Insomma per tirare le somme il film mantiene promesse che riesce a mantenere solo nei suoi aspetti più marginali. Il nucleo della storia è un po’ troppo pesante e freddo anche se il tema trattato è drammatico e purtroppo fin troppo reale.
VOTO 7
venerdì 14 settembre 2012
0 L’ultimo sogno (2001)
Trama: George (Kevin Kline) scopre di avere un cancro all’ultimo stadio e decide di trascorrere i mesi che gli rimangono insieme a suo figlio Sam (Hayden Christensen), un adolescente scontroso con cui da tempo non ha più un rapporto. Durante la difficile convivenza i due iniziano ad avvicinarsi e a volersi bene complice anche la costruzione di una casa, da sempre il sogno nel cassetto di George…
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Certo gli americani ci hanno abituato da almeno 20 anni al canovaccio che risponde all’equazione malato terminale=ricongiungimento finale e tanti buoni sentimenti e devo dire che i miei occhi lucidi testimoniano ampiamente il fatto che l’idea di partenza rimane sempre valida soprattutto se si ha un cuore di pastafrolla come il mio. Inoltre la pellicola ha ricevuto tanti riconoscimenti compreso un Golden Globe e ciò testimonia l’assoluta qualità del prodotto ma soprattutto dei suoi splendidi interpreti in modo particolare Kevin Kline e Christensen, quest’ultimo nel suo primo ruolo importante. Mettiamoci pure il premio Oscar Kristin Scott Thomas e il gioco è fatto.
Il film non è un dialogo a due come ci si aspetta da questo genere di impronta fortemente drammatica, spesso incentrato su storie d’amore sofferte e tragiche. Qui al contrario abbiamo il rapporto difficile tra un padre e un figlio ma anche tutta una serie di personaggi e storie di contorno che rendono Life as a House un vero capolavoro. Non mancano le situazioni ironiche e gli scontri generazionali, la droga, il sesso, la rabbia ma anche l’amicizia, l’amore ritrovato o appena sbocciato. C’è anche tanta retorica americana ma questo è un difetto che si perdona proprio perché nasce dal dna degli sceneggiatori e non da una scelta furbetta. Per un americano non è proprio possibile rinunciare ad esporre in prima vista i propri valori come per esempio la collaborazione tra vicini, gli insegnamenti dei padri e una certa morale che per noi europei è un concetto sconosciuto. Noi siamo più portati a raccontare l’ineluttabilità delle scelte e della vita, mentre gli americani tendono sempre a rimettere a posto le situazioni secondo il loro concetto preferito ossia il “va tutto bene”.
Penso che forse l’unico vero neo del film sia proprio il finale che delude chi si aspetta che la casa costruita con tanta determinazione passi a Sam. In realtà viene generosamente elargita alla vittima di un antico incidente stradale provocato dall’odiato padre di George come in un’espiazione finale per un peccato altrui. Ma in fondo l’ultimo sogno di George era la felicità del figlio e questo è un desiderio che in effetti si avvera molto prima della fine.
VOTO 8
martedì 11 settembre 2012
0 Rusty il selvaggio (1983)

Trama: Rusty è un adolescente che non perde mai occasione per fare a botte con qualcuno con la speranza di diventare un giorno come suo fratello maggiore chiamato da tutti “quello della moto” e preso ad esempio da tutti i ragazzi del quartiere…
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La regia è di Francis Ford Coppola ma ciò non significa che questo sia un film memorabile almeno a mio gusto personale. L’ho trovato troppo “compiaciuto” nel senso che Coppola sembra che voglia a tutti costi far uscire la sua firma da ogni singolo fotogramma il che ovviamente non è una colpa ma se lo stile non piace chiaramente ne va a perdere tutto il film. La lentezza è esasperante così come il continuo simbolismo legato alla presenza di orologi che segnano ore a vanvera o che sono addirittura privi di lancette. Altra scelta stilistica da me aborrita è l’uso del bianco e nero, giustificato col fatto che “quello della moto” è daltonico perciò ci dobbiamo sorbire un’ora e mezzo di cinema demodé. Non so, forse l’unico elemento diciamo interessante è la presenza di giovani attori in erba che con gli anni si sono fatti un nome a Hollywood, come un irriconoscibile Nicolas Cage o il protagonista Rusty James interpretato da un imberbe e poppante Matt Dillon, in realtà decisamente più indicato per un filmetto giovanilistico anni 80 che a una parte così difficile. Mickey Rourke è già ben rodato per parti successive che lo vedranno sempre più nel ruolo del bastardo.
Mah che dire in fondo anche la trama è poco chiara: abbiamo un giovane che vive nei quartieri bassi e che ha come unico scopo nella vita quello di essere rispettato come suo fratello più grande che quando aveva la sua età era a capo di una delle tante bande della città. Il problema sta nel fatto che Rusty non è preso in considerazione da nessuno tranne che da Steve un ragazzo con gli occhiali che lo seguirebbe ovunque. La cosa peggiore sarà poi scoprire che in realtà il fratello tanto ammirato è semplicemente una specie di svitato che fa discorsi molto lontani dal capo di una banda ma anzi più vicini ad un saggio tibetano.
Emozioni zero, colpi di scena zero, atmosfera glaciale e recitazione a singhiozzo.
VOTO 5
lunedì 3 settembre 2012
0 Un mercoledì da leoni (1978)
Trama: 1962, California. Matt, Leroy e Jack sono tre ragazzi appassionati di surf, ammirati da tutti per la loro grande abilità sulla tavola. La loro amicizia si prolunga attraverso gli anni fino ad arrivare alla grande mareggiata del 1974, occasione che li troverà di nuovo insieme dopo anni di lontananza…
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Il film (Big Wednesday) è firmato da John Milius e rappresenta davvero un cult movie per tantissimi appassionati di cinema. Io sono arrivata tardi a vedere per la prima volta questa pellicola che in realtà conoscevo solo di “fama” e devo dire che la sensazione finale è di qualcosa di amaro e nostalgico allo stesso tempo. All’inizio se devo essere sincera ho fatto fatica ad entrare nell’ottica del film perché si tratta del classico esempio di sviluppo narrativo lentissimo. Ritmi bassi che proseguono fino ai titoli di coda e che rappresentano secondo me un grosso ostacolo alla visione di questo cult movie da parte delle generazioni più giovani ma poco male, in fondo non si è costretti a vedere tutto quello che è considerato a torto o a ragione un “capolavoro”. Per me si tratta di un film generazionale e molto legato all’epoca in cui si svolgono i fatti cioè 1962-1974, che per gli americani rappresentano un po’ lo spartiacque tra il sogno americano e la dura realtà rappresentata dalla guerra del Vietnam. Il regista non che sceneggiatore ha voluto richiamare quei tempi usando però tematiche più profonde che potessero coinvolgere tutti gli spettatori, statunitensi o meno, come per esempio l’amicizia, l’amore, la famiglia, la morte, tutti elementi che danno risalto ad un film che nasce in primis come omaggio al mondo del surf, sport da noi poco conosciuto e praticato.
In realtà l’elemento più caratterizzante è sicuramente la descrizione di come il passare del tempo a volte possa portare dei cambiamenti anche dolorosi nella vita delle persone, infatti vediamo come Jack per esempio sia costretto a partire per il Vietnam lasciandosi alle spalle la spensieratezza di giorni che non torneranno più e quando torna cova la speranza che la ragazza che aveva lasciato a casa tre anni prima sia ancora ad aspettarlo per poi scoprire che nel frattempo si è sposata. Ma anche Matt riceve un duro colpo dalla vita infatti scopre con amarezza di non essere più considerato dagli appassionati di surf come il più grande campione americano di tutti i tempi in quanto un nuovo surfista più giovane è diventato l’idolo delle folle, scalzandolo di fatto dal trono che l’aveva visto protagonista per tutti gli anni 60. E da qui in effetti che parte la grande sfida alla più grande mareggiata di tutti i tempi, il famoso Big Wednesday, che vede Matt battere il suo giovane rivale ma anche riconoscere il valore di quest’ultimo cedendogli di fatto il testimone e accettando il trascorrere del tempo.
A me il film non ha fatto gridare al miracolo ma gli riconosco il merito di buoni dialoghi e di una stupenda fotografia.
VOTO 6,5
lunedì 27 agosto 2012
0 La memoria del cuore (2012)
Trama: Paige e Leo sono due giovani sposini innamoratissimi che in una sera d’inverno hanno un terribile incidente stradale che provoca una totale e irrecuperabile amnesia in Paige che scorda totalmente gli ultimi quattro anni di vita trascorsi accanto a suo marito. Leo cercherà in tutti i modi di risvegliare la sua memoria e il suo amore…
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La trama del film si presenta molto appetibile perché spinge lo spettatore a guardare nel buco della serratura di una coppia attraversata da una sfiga incommensurabile e in più se aggiungiamo che il film si basa su una storia vera beh il gioco è fatto.
Durante la visione del film un po’ ci mettiamo nei panni del povero Leo, impersonato da un discreto Channing Tatum attore dalla carriera in super ascesa in quel di Hollywood, marito dimenticato dopo quattro anni di delicatessen dall’effetto letale per un qualunque diabetico poco propenso a tanto profluvio di romanticismo e smancerie. Quest’uomo perde in una notte la propria ragione di vita e deve subire le conseguenze di questa amnesia a mezzo servizio che invece di eliminare il passato brutto di Paige sceglie di spazzare via ciò che di buono è avvenuto a partire dal loro innamoramento. E così deve sopportare il disprezzo dei suoceri fino a quel momento scomparsi in un salvifico buco nero, l’ex fidanzato di sua moglie che per giunta è oggetto d’amore da parte di lei, i due di picche continui e inesorabili e il cambiamento di look e di gusti alimentari dell’insopportabile nuova/vecchia Paige.
Quest’ultima è impersonata da una non memorabile Rachel McAdams, zuccherosa e insulsa come i cioccolatini di cui si ingozza in vari momenti del film. La sua espressività è come quella di un pesce rosso dietro il vetro di un acquario, non trasmette niente se non fastidio. Non è assolutamente capace di farci capire la sofferenza di una donna che ha perso la memoria, sembra una ragazzina viziata che ha finalmente riavuto indietro il prezioso cavallo a dondolo dopo quattro anni di triciclo a pedali, per giunta non di marca. Poco incisivi anche i genitori di Paige impersonati da due attempati attori ormai fuori dai grandi titoli del panorama cinematografico, Sam Neill e Jessica Lange.
La storia quindi è interessante, la recitazione è asettica anche se Tatum un po’ più d’impegno degli altri ce lo mette (altrimenti saremmo coricati sulla sedia a metà del primo tempo) e l’emozione latita. Insomma niente fazzoletti donne.
La conclusione del film è abbastanza fantasiosa nel senso che se l’amore non c’è non c’è, non riesco a immaginare che insistendo qualcosa possa rinascere, ovviamente tenendo conto che la memoria riguardante quella parte della vita di Paige non tornerà mai più. Potrebbe subentrare una sorta di abitudine alla frequentazione che poi non si concretizzerebbe mai in un amore rinato. In fondo il loro amore era nato da una sorta di colpo di fulmine che evidentemente in Paige non ha dato gli stessi risultati una volta persa la memoria. Più logico ma anche un po’ lezioso l’altro risvolto del film: la seconda occasione che Paige regala alla propria famiglia di origine che in effetti a guardare il film sembra proprio il nucleo di tutto, come se il povero Leo appartenesse alla parte meno vera della vita della moglie, sfuggita ad una famiglia dell’alta borghesia che l’aveva delusa. Paige quando incontra Leo si fa un tatuaggio, diventa vegetariana, si veste in modo casual, come se volesse cancellare il suo passato ma quando ha l’incidente ritorna esattamente com’era disprezzando la nuova se stessa. Un po’ frustrante per il marito no?
Insomma un film poco coraggioso, poco intenso e più simile ad un videoclip patinato che a un drammone strappalacrime.
VOTO 5,5
sabato 25 agosto 2012
1 Vesna va veloce (1996)
Trama: Vesna è una ragazza ventunenne che arriva in Italia dall’Europa dell’Est col miraggio di una nuova vita ma la realtà la spinge presto a fare i conti con la meschinità della gente e con la diffidenza verso gli extracomunitari. Per guadagnarsi da vivere inizia a prostituirsi per le strade di Rimini e proprio durante una “nottata di lavoro” conosce Antonio, un muratore onesto che finisce per innamorarsi di lei.
Il film ha quel ritmo lento tipico di un certo cinema italiano del decennio 1990-2000, fatto più che altro di silenzi, pochissimi dialoghi, tanta musica presa a piene mani dai successi dell’epoca e un filo conduttore piuttosto flebile. Di Vesna non ci viene spiegato niente, la vediamo su una corriera con altre ragazze della sua stessa nazionalità e assistiamo alla sua volontaria fuga per il desiderio di rimanere in Italia, paese che l’affascina ma che allo stesso tempo la atterrisce. Non ci sono donne, a parte lei e le sue colleghe “da marciapiede”, all’interno del film. Il suo mondo infatti è fatto per lo più di uomini, bastardi, arrappati, possessivi, violenti. Un universo composto dai peggiori vizi del pianeta Uomo. Non si sa cosa desideri davvero Vesna in quanto non sembra poi così dispiaciuta di fare la prostituta, tanto è vero che la vediamo contare il suo rotolo di soldi con una certa gioia e soddisfazione, come se non fosse denaro conquistato a spese della sua integrità morale. Nel regista, Mazzacurati, c’è un certo qualunquismo e un modo piuttosto banale di dipingere l’Italia e gli italiani: tutti cattivi e razzisti nei confronti dei “poveri zingari” che secondo la tesi (del regista non che sceneggiatore) sintetizzata attraverso le immagini sono tutto sommato dei poveri diavoli. Beh, su questo chiaramente i pareri possono essere diversi ma in ogni caso è oggettivo il fatto che ci troviamo davanti ad un film senza grosse potenzialità e con un cast che non brilla mai. Persino un grandissimo come Silvio Orlando risulta maledettamente fuori posto nella parte del marito fedifrago e dell’uomo che pretende favori sessuali in cambio della sua generosa ospitalità. Antonio Albanese è onestamente bravo, un attore con la capacità di fondere insieme una faccia assolutamente caricaturale con una recitazione anche piuttosto drammatica. La protagonista, una certa Tereza Zajickova, non ha proprio anima e si lascia dimenticare in tutta fretta già all’apparire dei titoli di coda.
Solita roba italiana, lagnosa, lenta e totalmente inutile. Sconsigliato.
VOTO 5
venerdì 3 agosto 2012
0 Chiedi alla polvere (2006)
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di John Fante e vede protagonisti due celebri nomi dell’attuale panorama hollywoodiano, Colin Farrell e Salma Hayek, nei panni rispettivamente dello scrittore di origini italiane Arturo Baldini e della cameriera messicana Camilla Lopez.
Ci troviamo davanti al classico film sentimentale che si sviluppa nella tragedia più assoluta, tanto da richiedere ai cuori più fragili un pacchetto di fazzoletti nelle battute finali. Su di me l’effetto è stato invece soporifero, ma dichiaro onestamente di non essere per niente attratta dal genere e di aver visto il film solo per dovere di cronaca, ossia per dare vita a questo post. Innanzitutto la storia non è particolarmente coinvolgente, pur apprezzando in genere i racconti in prima persona se fatti ovviamente come Dio comanda.
La vicenda si svolge negli Anni Trenta. Arturo Baldini si trasferisce dal Colorado all’assolata Los Angeles per trovare fortuna come scrittore. Il suo scopo è quello di scrivere un racconto che parli della società californiana poiché essa gli appare come una vera e propria fonte di ispirazione nonostante conduca le sue giornate quasi esclusivamente all’interno della sua stanza d’albergo che si affaccia su un’arida palma da dattero. Il destino e un nichelino gli permettono di conoscere una donna affascinante e intrigante, Camilla, una cameriera messicana che con fare beffardo gli serve un caffè orrendo. Da qui iniziano le schermaglie amorose tra due reietti in una società che respinge tutti coloro che non siano americani di nascita. I due continuano a litigare e allo stesso tempo a rincorrersi, in una storia d’amore che diventa credibile solo durante il soggiorno nella casa al mare dove in effetti la carica erotica tra i due protagonisti diventa incandescente per poi spegnersi inesorabilmente in una scena di sesso da lasciare indifferente anche il peggior maniaco. La malattia di lei che spunta fuori dal cilindro con un colpo da maestro, è qualcosa di così trito da farsi perdonare solo perché in effetti stiamo parlando della trasposizione cinematografica di un romanzo già esistente. Ma vogliamo parlare della morte di Camilla? Si può assistere a qualcosa di peggio solo nelle telenovelas anni ottanta che facevano impazzire la mia povera nonna. Abbraccio di lui alla donna morente che sino ad un secondo prima era pimpante come un grillo, morte di lei improvvisa alla fine dell’abbraccio. Mah!
Per quel che riguarda i due protagonisti devo dire che Colin Farrell non mi è mai piaciuto. Non amo quelle sopracciglia continuamente volte verso il basso a creare quell’eterna espressione da piagnone o il suo fare un po’ nevrotico da bambino a cui hanno appena rubato il giocattolo preferito. Recitazione senza verve e in fondo in fondo sempre uguale in ogni film che lo vede protagonista. Salma Hayek fa quello che sa fare meglio: la donna sudamericana con tutti i suoi cliché. Le riconosco l’enorme sensualità che diciamocelo chiaro tiene in piedi tutto il carrozzone. Nella scena di sesso avrebbe meritato un Antonio Banderas e invece gli è toccato uno smorfioso con quell’orribile neo sulla faccia. Poveretta.
VOTO 5,5
mercoledì 1 agosto 2012
0 The wrestler (2008)
Film premiatissimo, aggiungerei giustamente visto che ci troviamo davanti alla miglior prova dell’irriconoscibile Mickey Rourke, invecchiato ingrassato e capace di suscitare nello spettatore un misto di commiserazione e rammarico per la sorte toccata al suo personaggio e se vogliamo anche a lui, attore dimenticato da vent’anni ed ex sex simbol degli anni Ottanta.
In questo caso specifico i destini dei due personaggi sembrano intrecciarsi strettamente e ben si capisce come alla fine Rourke abbia incassato il Leone d’oro e ben due Golden Globe. Era nelle sue corde e lo si sente per tutta la breve ma intensa durata del film. Certo anche la prima scelta dello sceneggiatore Siegel era molto ben calzante: Nicolas Cage, un attore incredibilmente di talento e con la faccia da perdente ma con le palle. Ma dopo aver visto l’interpretazione di Micky Rourke capisco che nessuno avrebbe potuto interpretare nello stesso modo Randy "The Ram" Robinson, il wrestler del titolo, una leggenda dei ring degli anni Ottanta che ancora si esibisce su richiesta in serate organizzate per i vecchi fan del tempo. Randy, come ci spiega la voce fuori campo all’inizio del film, era un grande lottatore che aveva conquistato le prime pagine dei quotidiani sportivi dell’epoca, sia per la sua tecnica sia per tutte quelle gag che tanto facevano e fanno impazzire gli appassionati di wrestling. Ed è lì che scoppia l’effetto nostalgia al pensiero di tutti quei pomeriggi e quelle mattine a vedere gli incontri di wrestling trasmessi su Italia 1 o il leggendario Uomo tigre, vero eroe di noi bambini degli anni Settanta. In ogni caso The Ram ormai è un uomo solo, se si esclude la compagnia di Cassidy una spogliarellista che lavora nel locale in cui ogni tanto va a farsi una birra o i bambini che vivono vicino alla catapecchia dove trascorre le sue nottate tra anabolizzanti e giochi di wrestling su Nintendo. Ovviamente per vivere bisogna lavorare e così non facendo più parte del ranking mondiale, Randy è costretto a lavorare in un supermercato, celato tra altre persone comuni. Tutto cambia quando finisce per svenire, spezzato dalle porcate che continua a prendere per stare in forma e lì dopo un bel by pass la sua vita cambia, in lui sorge la paura di morire da solo e così cerca di far ordine nella sua vita, sopportando a fatica i calci in culo della vita.
Insomma un film che racconta lucidamente la parabola discendente di una persona un tempo famosa che diventa un essere umano con tante fragilità e insicurezze. Il mondo di Randy è il mondo della lotta libera, solo lì viene rispettato e si sente amato e apprezzato, la vita reale per lui non è altro che un insieme di delusioni e brutture: c’è la donna che ama che lo rifiuta perché lo vede unicamente come un cliente, il capo che non perde occasione per umiliarlo, la figlia che lo odia per essere stata trascurata per una vita. Lui cerca di rimediare a tutto ma basta un solo tassello fuori posto per fargli perdere la testa, rovinando ciò che di buono è riuscito a fare con i pochi mezzi a disposizione. Il tutto è drammatico e crudo, strazia i cuori più fragili e non dà nessun appiglio agli ottimisti, infatti la stessa conclusione del film lascia ben poco alla speranza: un volo dall’angolo del ring che suona forte come un salto verso la morte, un suicidio in grande stile, davanti ad un pubblico che lo acclama (ignorando i suoi problemi al cuore) e con lo sguardo triste di chi vede la sua vita senza più uno scopo per cui valga la pena vivere.
Ho trovato questo film splendido, con un montaggio spezzettato che ci accompagna nel racconto di un tempo brevissimo ma intenso, con i dialoghi giusti e un cast che riesce davvero a raccontare una storia molto realistica. Un plauso alla sempre brava Marisa Tomei, in questo caso spogliarellista e mamma che vive anche lei quella fase della vita in cui l’età la vede arrancare dietro le colleghe più giovani e più richieste, sempre alla ricerca di quella occasione che le permetta di cambiare la propria vita e quella del figlio. Brava anche la figlia tormentata interpretata da Evan Rachel Wood.
VOTO 8

