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sabato 22 marzo 2014

1 Joyland - Stephen King (2013)

Estate del 1973. Il giovane universitario Devin Jones decide di trascorrere le vacanze lavorando nel parco divertimenti di Joyland, sia per fare qualche soldo sia soprattutto per cercare di dimenticare la ragazza che gli sta spezzando il cuore. Qui conosce altri ragazzi che come lui hanno scelto di lavorare al Luna Park e con loro trascorre le torride ma formative giornate nel parco giochi, iniziando a farsi apprezzare dai burberi "figli del carrozzone" ossia coloro che gestiscono Joyland. Entrando in confidenza con la gente del luogo Devin viene a conoscenza di un fatto misterioso e agghiacciante avvenuto all'interno del castello stregato: una ragazza era stata uccisa al suo interno e da allora molte persone dicevano di averne visto il fantasma. Naturalmente il ragazzo è vinto dalla curiosità e inizia a investigare intorno alla faccenda, soprattutto perchè l'assassino non era mai stato identificato. Nel frattempo conosce anche il piccolo Mike (malato di distrofia) e sua madre che vivono in una grande casa lungo la spiaggia...
 
Romanzo di formazione ma anche piccolo esempio di noir dei giorni nostri. Devin rappresenta il ragazzo che arriva all'età adulta attraverso le delusioni d'amore, il primo lavoro, la prima esperienza sessuale con una donna più grande di lui e con la presa di coscienza che il mondo è un luogo spesso brutto e ingiusto. Ciò non toglie che per lui l'estate e l'autunno trascorsi lontano dalla sua routine non cambiano totalmente il suo modo di vivere in quanto una volta risolto il mistero decide di tornare all'università e lo ritroviamo in primavera innamorato di un'altra ragazza e quasi dimentico della promessa fatta a Mike di andarlo a trovare prima che stesse troppo male. Questo è un elemento abbastanza frequente nei romanzi di King: spesso i personaggi coinvolti in una storia macabra, avventurosa, tragica, finiscono sempre per tornare alle proprie esistenze chiudendosi a riccio rispetto a quello che hanno passato (It è uno degli esempi più celebri da questo punto di vista).
 
Il bello di questo romanzo è la sua semplicità. Penso che l'intento principale del suo autore non fosse il racconto di un crimine efferato ma la cornice nella quale si inserisce ossia come ho detto prima il passaggio dall'età del cazzeggio a quella delle cose serie. Questo si capisce molto bene dal fatto che la parte "gialla" del romanzo è abbastanza semplicistica e non coinvolgente tirata su unicamente dall'apparizione di alcune entità spettrali che conosciamo però solo per via indiretta in quanto essendo il romanzo in prima persona e non avendo mai il protagonista visto alcun fantasma sappiamo della loro esistenza nella storia solo grazie alle testimonianze degli altri personaggi. 
 
Affascinante la scelta di ambientare la storia in un Luna Park, un luogo che abbiamo amato e un po' temuto da bambini e che sta lentamente e inesorabilmente scomparendo dalle nostre città soppiantato da realtà più grandi come Gardaland, Eurodisney e altri enormi parchi tematici. 
 
Il romanzo è breve per chi è abituato ai grandi tomi tipici di Stephen, ma soprattutto è breve perchè si legge veramente tutto d'un fiato e si fatica a tenere da parte qualche pagina per i giorni successivi all'acquisto. Scritto benissimo (ma non è una novità) e con un finale realmente commovente come capita nei romanzi di Stephen King che prediligono l'aspetto umano rispetto alla ricerca del brivido.
 
Ottimo.
 
Voto 8 

sabato 7 dicembre 2013

0 Come fu che Babbo Natale sposò la Befana - Andrea Vitali

Questo breve romanzo dal titolo così curioso (e aggiungerei furbissimo visto il periodo natalizio ormai alle porte) è una sorta di favoletta per grandi e piccini. In realtà infatti ha due chiavi di lettura che ne fanno un libro per tutte le età: noi grandi ne apprezziamo l'ironia e la descrizione di come anche certi cuori induriti possano sgelarsi grazie alla magia del Natale, mentre i più piccoli possono (forse) apprezzare le indagini di Tom, Carmine e Rebecca riguardo all'esistenza di Babbo Natale.

La scrittura e lo stile di Vitali (che confesso di non conoscere per niente) mi hanno ricordato molto da vicino Gianni Rodari soprattutto per l'uso di cognomi e soprannomi ironici e onomatopeici che spesso fanno riferimento a caratteristiche del personaggio. Anche la ricerca (qui a volte forzata) dell'ironia è un tratto che lo avvicina al celebre scrittore per l'infanzia.

Il mio parere rispetto a questo libro non è del tutto positivo. Parte in quarta per poi arenarsi dopo poche pagine. L'idea iniziale (Tom torna dalla scuola con la classica domanda da bambino che inizia ad avere qualche dubbio per colpa di qualche coetaneo: Babbo Natale esiste veramente?) non viene elaborata a dovere finendo per essere scartata per lasciare spazio alla storia d'amore tra colui che viene dai bambini scambiato per Babbo Natale e Clotilde la domestica di casa Stecchetti (definita Befana dalla padrona di casa in un momento di rabbia). 

Il ritmo è blando, messo in secondo piano rispetto alla ricerca di uno stile forzatamente intimista e poetico. 

Il tutto sembra davvero un'operazione commerciale che certamente frutterà molti proventi allo scrittore e alla sua casa editrice ma che lascerà abbastanza delusi coloro che riceveranno in dono un romanzo così debole e facilmente dimenticabile.

Voto 5

mercoledì 21 agosto 2013

2 Bianca come il latte, rossa come il sangue - Alessandro D'Avenia

Ho scelto di immergermi in questo romanzo in modo molto casuale, unicamente spinta dal desiderio di trovare nuova compagnia in questa estate per me così triste e desolata. Avevo bisogno di leggerezza ma anche di profondità e il destino mi ha messo tra le mani questa storia scritta con semplicità da un autore italiano che non conoscevo. Non sapevo neppure che ne fosse stato tratto un film e mi sono sinceramente chiesta come l'autore abbia accettato di dare l'okay alla trasposizione cinematografica del suo romanzo che ha la sua forza proprio nell'immagine che ognuno di noi elabora nella sua mente. Non è una storia fatta di azioni ma soprattutto di pensieri e per me è un delitto trasformare questi pensieri in azione filmica.
La storia si svolge lungo l'arco di un anno scolastico (strasbordando fino al settembre successivo) e ha per protagonista Leo, un sedicenne dai capelli indomabili (perciò il doppio significato di Leo come nome proprio, ma anche come leone) che ama perdutamente una sua compagna di classe che si chiama Beatrice, una ragazza dai bei capelli rossi e dagli occhi verdi. Leo frequenta il liceo classico, ama il calcetto, suonare la chitarra, condividere le sue emozioni con la sua migliore amica Silvia (segretamente innamorata di lui) e sfuggire al bianco, per lui il colore della paura e della tristezza. La sua vita così spensierata e piena di sogni cambia improvvisamente con la notizia della malattia di Beatrice, affetta da una grave forma di leucemia. Leo cerca di cambiare l'ineluttabile donando il suo stesso sangue alla ragazza e riuscendo finalmente a dichiararle il suo amore. Non vado avanti per non rovinare la sorpresa a chi ancora non ha letto il libro ma che ha intenzione di farlo quanto prima.
Devo dire che non ho mai pianto quanto mi è capitato di fare durante la lettura di questo romanzo. Ovviamente c'è un motivo perché non credo che avrei avuto la stessa straziante reazione se fossi stata ignara di cosa significhi la parola leucemia e perdere qualcuno che amavi (e che nel tuo cuore amerai per sempre) a causa di questa malattia bastarda. Quasi un mese fa è morta la mia povera gattina malata di leucemia e gravemente anemica nonostante una trasfusione e tanti piccoli segnali di un lento miglioramento. Molti penseranno che la morte di un animale non abbia lo stesso significato della morte di un essere umano ma a me non interessa perché so quello che ho provato e quello che sto provando nel mio cuore. Leggere questo romanzo mi ha aperto delle ferite profondissime ma sono contenta di averlo fatto perché un libro capace di leggerti dentro in questa maniera è un libro prezioso. 
Il romanzo è ricchissimo di frasi molto belle e significative che ti verrebbe da copiare e appuntare da qualche parte proprio perché senti che sono maledettamente vere, come se lo scrittore ti avesse letto dentro l'anima. Ho trovato invece troppo ridondanti e poco credibili i discorsi dei genitori di Leo. Anche il personaggio del supplente (quasi un Robin Williams in L'Attimo fuggente) è troppo perfetto, troppo letterario per avvicinarsi al mondo reale ma capisco la sua funzione all'interno della storia e mi sento di giustificare l'autore.
Alla fine dei conti è un romanzo che parla di amore, morte, sogni e vita perciò pur nella sua brevità è come un compendio di tutto quello che ci rende uomini e proprio per questo, nel suo piccolo, è un gran bel libro. Gli adolescenti non lo comprenderanno del tutto ma piacerà sicuramente a chi ha alle spalle già un bel po' di vita vissuta.
Voto 8    

sabato 17 agosto 2013

0 Lo Hobbit - JRR Tolkien

Mi sono imbattuta in questo romanzo molto prima che Hollywood decidesse di trasformarlo in una nuova trilogia cinematografica ma ammetto di averlo letto dopo un paio d'anni che prendeva polvere su uno scaffale della mia libreria. Il motivo è banale e immagino per molti sacrilego: non ho una buona opinione sulle doti narrative del gran vecchio Tolkien. La mia esperienza proveniva chiaramente da Il Signore degli Anelli che ha dato poi origine a quell'esercito di cloni che fanno bella mostra di sé in qualsiasi libreria presente nel tessuto urbano e oltre. 
Il signore degli Anelli è pallosissimo. Questo è stato il mio commento alla fine di quella mastodontica lettura che non mi ha lasciato niente di niente. Mi sono sempre chiesta come si potessero apprezzare quelle lunghissime poesie o canzoni in rima (e non) elaborate dall'elfo o dall'hobbit di turno per sottolineare un particolare momento della storia, o quelle descrizioni minuziosissime delle inevitabili guerre tra creature del male e del bene, gli assedi a città cinte da mura, le frequenti crisi di identità del lagnosissimo Frodo, eccetera eccetera eccetera..
Lo stile ampolloso e autoreferenziale di Tolkien è insopportabile. Questo pensavo e questo tuttora penso relativamente al Signore degli Anelli. Ma il discorso cambia del tutto se parliamo de Lo Hobbit, che tra l'altro è stato scritto svariati anni prima rispetto al suo più celebre successore. 
L'elemento più evidente è il cambio di registro espressivo e narrativo. Se nel Signore degli Anelli il linguaggio è ricco di costruzioni linguistiche complesse e pieno di arcaismi, qui invece si fa semplice e scorrevolissimo. Il motivo è dei più semplici infatti il romanzo si rivolge ai bambini e necessariamente dev'essere immediato e facilmente comprensibile. 
La storia vede al centro Bilbo Baggins che viene coinvolto, suo malgrado, in una grande e pericolosa avventura affianco ad un gruppo di nani, interessati a tornare in possesso del loro tesoro sequestrato da lunghi anni da Smog, un terribile drago alato che vive nella Montagna solitaria, un tempo regno dei nani. L'avventura è ricca di colpi di scena e di umorismo intelligente. Compare anche il vecchio Gandalf che però ha un ruolo veramente marginale. La storia ci spiega anche come Bilbo è entrato in possesso sia dell'Anello che della spada Pungolo, che tanto spazio avranno nel romanzone successivo. 
Sono rimasta molto colpita dall'eccezionale immediatezza del libro che è scritto talmente bene da riuscire alla grande anche come fiaba narrata a voce a bambini che non sanno ancora leggere. 
Voto 7

domenica 12 maggio 2013

0 Il giro del mondo in 80 giorni–Jules Verne

Trama: Londra seconda metà dell’Ottocento. Phileas Fogg è un uomo d’affari che trascorre le sue giornate in modo molto abitudinario. E’ preciso, ordinato e sicuro di sé. Proprio quest’ultima caratteristica lo spinge ad accettare la sfida che gli propongono i soci del suo club: fare il giro del mondo in soli 80 giorni. L’impresa sembra a prima vista irrealizzabile ma Fogg decide comunque di partire immediatamente, accompagnato dal suo nuovo domestico personale, il giovane e gioviale Passepartout. I due cominciano così un viaggio denso di ostacoli e imprevisti, rappresentati sia dal caso che da Fix, un ispettore di polizia convinto che Fogg sia in realtà il ladro che ha appena svaligiato la Banca d’Inghilterra. Durante l’avvincente impresa Fogg conoscerà e salverà una donna che si unirà alla piccola compagnia e che diventerà sua moglie una volta tornati a Londra.

Commento: questo romanzo è un classico che non avevo mai letto prima e che mi ha fatto compagnia in modo inaspettato e piacevole. Come tutti i romanzi di Verne è molto avventuroso e sapientemente ironico, attento ai particolari ma senza mai appesantire la lettura che rimane sempre piacevolissima. E’ un romanzo che si legge in brevissimo tempo e che rimane nel cuore come solo i grandi classici dell’infanzia sanno fare. L’insegnamento finale sembra essere: niente accade per caso e tutto ciò che a prima vista può sembrare negativo in realtà nel corso del tempo si trasformerà in frutti preziosi e inaspettati. Fogg all’inizio della storia è un uomo solo e solitario, chiuso in un suo mondo dove tutto gira alla perfezione e dove non può esistere l’errore, il fallimento. Quando alla fine della vicenda pensa di aver perso la scommessa e quindi di essere economicamente rovinato, capisce che in realtà il viaggio con i suoi imprevedibili ostacoli gli ha regalato non solo delle emozioni che non aveva mai provato prima ma soprattutto l’amore di una donna che decide di sposarlo anche se povero e senza un centesimo. Tutti i personaggi sono tratteggiati in modo magistrale ed è facilissimo affezionarsi all’apparentemente austero Fogg o al fedele Passepartout. La letteratura classica è grande ed eterna e a volte vale davvero la pena di riscoprire questi piccoli tesori che ci rimettono in comunicazione con la nostra anima di bambini, pronti ad emozionarci e a immedesimarci in avventure in luoghi esotici e lontani nel tempo e nello spazio. Personalmente ricorderò per sempre questo romanzo che è stato acquistato per motivi che sembrano adesso lontanissimi e privi di senso ma che inaspettatamente a distanza di molti mesi mi ha accompagnato all’inizio della mia nuova avventura personale.

VOTO: 8  

lunedì 10 settembre 2012

0 La sacerdotessa di Avalon (2000)

La Sacerdotessa di Avalon è il romanzo che completa l’omonimo Ciclo ideato e scritto dalla grande e compianta Marion Zimmer Bradley, scomparsa un anno prima della pubblicazione del libro che proprio per questo motivo è stato portato a termine dalla scrittrice fantasy Diana Paxson.

Il romanzo vede come protagonista Eilan, una ragazza portata ad Avalon per intraprendere il percorso di sacerdotessa. La sua figura apparentemente molto simile alle altre eroine dei precedenti romanzi assume un ruolo preponderante nel mondo in quanto sarà la futura madre dell’imperatore Costantino che nel 313 proclamò il Cristianesimo religione ufficiale dell’impero, ponendo di fatto fine al paganesimo e alle antiche credenze che ancora sopravvivevano all’interno dei territori europei. Eilan, che abbandona Avalon per amore di un uomo ma anche per compiere il destino che lei stessa ha visto in una visione inviatale dalla Dea Madre, cambia il suo nome in quello di Elena, lasciandosi alle spalle il suo passato da sacerdotessa e abbracciando una nuova vita da sposa di un soldato romano. La sua nuova vita la vede sempre in viaggio per l’Europa a mano a mano che suo marito Costanzo sale sempre più nella scala del potere arrivando infine ad assumere il ruolo di imperatore, fatto che determina la fine dell’unione con Elena, in quanto non riconosciuta dalla società romana visto che la donna non è ufficialmente sposata con Costanzo. La donna nel frattempo è diventata madre di Costantino un bambino che manifesta fin da subito la sua arroganza e la determinazione ad emergere sul resto del popolo fino a seguire le orme del padre. Elena vede così la sua felicità svanire ma con pazienza riesce a rendersi autosufficiente e a realizzarsi come donna, aiutando altre donne a farsi una cultura ma anche a praticare il proprio culto al riparo dalle continue persecuzioni. Entra così in contatto con molte religioni riconoscendo in ognuna di esse delle attinenze con il suo credo nella Dea e arrivando alla conclusione che in fondo tutti i credi del mondo hanno un origine comune che dovrebbe unire tutti i fedeli ma che invece li allontana. Riconosce nel Cristianesimo una religione buona ma che la Chiesa ha travisato fino a plasmare la parola di Dio a suo comodo, allontanandosi da ciò che avrebbe voluto Gesù Cristo. Nonostante lei non abbandoni mai il suo credo, riesce comunque a farsi ben volere da tutti i cristiani e dal clero con cui entra in contatto soprattutto grazie alla sua buona disposizione d’animo che la spinge ad aiutare i bisognosi nonostante il suo ruolo importante di Imperatrice Madre. Ed 'è così che nasce il mito di Santa Elena nonostante Eilan non abbia mai abbracciato il cristianesimo.

Insomma il romanzo a differenza dei precedenti è improntato su figure realmente esistite e soprattutto non si svolge unicamente in Britannia ma ci accompagna in un affascinante viaggio nell’antico impero romano, dalla Germania a Roma e da Roma a Gerusalemme riuscendo a far rivivere davanti ai nostri occhi un mondo ormai scomparso. Questa cornice si inserisce in un contesto più profondo determinato dal completo affermarsi del cristianesimo in un mondo pagano, ultima fase nel ciclo di Avalon iniziato quando ancora il mondo era dominato da varie mitologie e da tutta una serie di divinità che governavano il destino dell’uomo. Questo è ovviamente un punto focale nella storia dell’umanità e viene trattato dalle due scrittrici in modo molto preciso e a dire il vero molto amaro visto e considerato che entrambe queste donne sono e sono state ferventi seguaci di una religione affine a quella di Avalon ma trasportata ai nostri giorni. Traspare questo velo di amarezza nel constatare come un’unica religione sia riuscita a spazzare via tanti credi sopravvissuti per secoli in quasi completa armonia gli uni con gli altri. Costantino usa la religione come strumento politico e di indottrinamento per il popolo ed è per questo che Elena alla fine decide di riprendere in mano la sua vita e tornare da dove era partita, ormai libera dai condizionamenti di una visione che l’ha portata lontana dal suo sogno di diventare Grande Sacerdotessa per realizzare in effetti qualcosa che per molti versi ha cambiato il volto del mondo e non in maniera positiva.

L’elemento che più cattura in questo splendido romanzo è la storia di questa donna così forte e determinata che parla in prima persona (così com’è tipico nello stile della Zimmer) e ci comunica così tutte le sue emozioni arrivando in molti punti a picchi di vera poesia. In particolar modo questo si nota sul finire del romanzo quando Elena è ormai molto anziana ma sempre lucida e desiderosa di tornare a casa dopo tanti anni costretta a vivere lontano dalla sua patria. Il suo ritorno in Britannia è molto bello, descritto con grande cuore come se fosse una sorta di addio da parte della Paxson a quella che essa stessa definisce la sua Sacerdotessa riferendosi a Marion Zimmer Bradley. Apprezzabile anche la fine che in modo volutamente vago lascia presagire due possibili spiegazioni alle ultime sensazioni di Eilan: il ritorno all’isola di Avalon o la morte nella luce della Dea, entrambe comunque bellissime e ricche di pathos.

Devo dire da affezionata lettrice che questo romanzo chiude degnamente un ciclo di grande bellezza che ha visto la luce con il meraviglioso Le nebbie di Avalon (da me letto quando ero adolescente) libro che in realtà rappresenta la vera fine del ciclo di Avalon nonostante sia stato scritto prima di tutti gli altri. Mi mancherà non sapere più niente di ciò che capita al di là delle paludi di Inis Witrin ma nel mio cuore saprò sempre che una sacerdotessa mantiene eternamente vivo il fuoco sacro ai piedi del Tor.

VOTO 10

mercoledì 20 giugno 2012

0 La bambina che amava Tom Gordon–Stephen King (1999)

La protagonista del romanzo è la piccola Trisha, grande tifosa dei Red Sox e fan accanita del grande lanciatore Tom Gordon. La bambina in gita con la madre e il fratello maggiore finisce per perdersi in un grande bosco del New England da cui riuscirà a uscirne solo dopo più di una settimana, trascorsa nel terrore di essere uccisa da un essere misterioso che continua a braccarla giorno e notte.

Trisha riesce a sopravvivere grazie ad espedienti di ogni genere. Fisicamente l’aiutano gli insegnamenti della madre che la spingono a cercare bacche e felci commestibili con le quali nutrirsi (una volta che ha finito le sue scorte da pic nic consistenti in un sandwich al tonno, dei Twinkies e delle patatine fritte). Spiritualmente invece trae la forza necessaria a non crollare dalle cronache delle partite dei Sox che continua a seguire attraverso il suo fedele walk-man, unica voce nel silenzio secolare del bosco. Quando poi la ragione sta per abbandonarla trova conforto in illusioni dal sapore fanciullesco, come la compagnia immaginaria ma anche molto reale di Tom Gordon che con poche parole la spinge a continuare a resistere perché al nono inning Dio la aiuterà. Trisha ama Tom Gordon in un modo viscerale che va oltre le sue qualità di lanciatore, egli infatti è l’essenza stessa della freddezza prima di un lancio ed è proprio la calma e la fiducia in se stessa che aiuteranno la bambina a salvarsi da morte certa.

Il romanzo è una piccola favola horror. Una rivisitazione in chiave Kinghiana della fiaba di Cappuccetto Rosso e il lupo cattivo dove la bambina riesce a spuntarla grazie alla sua astuzia oltre che all’aiuto propizio e insperato di un cacciatore (in questo caso un bracconiere dall’aspetto poco invitante e ben poco prode). Tutta la storia riflette i pensieri di una bambina di dieci anni, anche se a volte esce prepotentemente la vena mistica di Stephen King, in particolare nella visione delle tre divinità che esternano concetti a dir poco complessi per una ragazzina delle medie (sembra quasi più facile credere che l’apparizione sia reale piuttosto che il frutto dei deliri di Trisha). Lo scrittore però nella sua grandezza riesce con incredibile facilità a farci tornare bambini e a condividere i pensieri e le paure che attanagliano la povera Trisha, pensieri di nostalgia per la quotidianità data per scontata e invece così preziosa, il ribrezzo per aver mangiato un pesce crudo (e difatti Trisha giura a se stessa che mai ne farà parola se mai si salverà), l’attaccamento morboso per oggetti che per un bambino sembrano essere carichi di potere di difesa e protezione come il walk-man e il cappellino con la firma ormai sbiadita di Tom Gordon. Leggendo poi come Trisha finisce per perdersi e allontanarsi sempre più dalla civiltà mi ricorda molto il modo in cui a volte in qualche città sconosciuta invece di tornare sui miei passi finisco per cambiare strada con la certezza che prima o poi rispunterò dalla parte giusta.Trisha si allontana per non essere vista mentre fa la pipì ma in realtà si perde anche per allontanarsi anche solo per un attimo dalle continue discussioni tra sia madre e suo fratello Pete. C’è quindi anche una riflessione sociologica sulla situazione difficile che vivono i figli dei separati. Trisha sa che sua madre è una rompiscatole con la fissazione per le gite fuori porta ma l’accontenta perché sa che quello è il suo piccolo sacrificio per far felice la madre, come è ben consapevole del problema di alcolismo che affligge il padre ma nonostante il suo alito di birra sa che è la persona che ama più al mondo e quella che condivide con lei la passione per il baseball. Tutto questo trova ampio spazio nella vicenda che può essere letta (come spesso accade nei romanzi di King) in due modi diversi: come vicenda reale di una bambina che si perde nel bosco e sopravvive alla fame, alla sete e ad un orso inferocito, oppure come horror con la presenza di esseri sovrannaturali che inseguono o osservano la bambina in attesa di farla propria. In ogni caso sembra evidente la metafora del rito di iniziazione che porta Trisha dalla fanciullezza all’età adulta.

Un romanzo estremamente versatile pur nella sua almeno apparente semplicità.

VOTO 8  

sabato 9 giugno 2012

0 La vendetta di Siviglia–Matilde Asensi

Dopo il romanzo picaresco Terraferma la scrittrice spagnola decide di riportare in scena l’eroina Seicentesca Catalina Solìs con buona pace di tutti coloro che ne hanno apprezzato le gesta sotto le mentite spoglie di Martin Nevares, ragazzo intraprendente delle terre al di là dell’oceano nonché figlio adottivo dell’attempato Esteban Nevares. La storia prende le mosse dalla cattura di quest’ultimo da parte dell’odiosa famiglia sivigliana dei Curvo. L’anziano uomo viene infatti caricato di peso su un galeone spagnolo e portato nella città spagnola di Siviglia per essere tradotto nel tremendo Carcere Reale. Ma i Curvo, non contenti, uccidono anche tutto l’equipaggio dell’uomo, colpevole di conoscere i segreti dei loro loschi traffici lontano dalla madrepatria. A questo punto, Catalina/Martin decide di mettersi sulle tracce del padre, accompagnata nell’impresa dal fido Rodrigo, dal giovane Juanillo e dalla migliore curandera di Terraferma, Damiana. Dopo un lungo viaggio a bordo della fida Sospechosa, i quattro giungono al porto di Siviglia e in breve tempo riescono a raggiungere Esteban ormai ad un passo dalla morte dopo le terribili sevizie a cui è stato sottoposto da Diego Curvo. Prima di morire ottiene però il giuramento da parte della figlia adottiva di uccidere tutti i componenti della famiglia Curvo altrimenti la sua anima non avrà pace. Catalina organizza così la sua vendetta, potendo contare sull’aiuto di nuovi amici, l’aitante Alonsillo e la ex prostituta Clara Peralta

Questo piccolo romanzo rappresenta davvero una rivincita rispetto al mediocre Terraferma che personalmente ho trovato ridicolo, per molti versi assurdo e scritto in maniera alquanto pesante e lontanissimo dal piacevole stile al quale ci ha abituato da anni la brava Matilde Asensi. A dire il vero aprendo il libro mi sono chiesta che senso avesse avuto fare un seguito di un romanzo senza storia, poi a mano a mano che i personaggi si allontanavano dai Caraibi per giungere infine in Spagna ecco accadere il miracolo: la storia iniziava a conquistarmi. Certo un peso notevole ha avuto la maggiore conoscenza della scrittrice di luoghi e ambienti a lei più familiari rispetto alle isole dei Caraibi. Leggere la descrizione di Siviglia è stato come essere lì insieme ai protagonisti tanto da far crescere in me il desiderio forte di visitare questa antica e storica città, anche solo per rivivere un po’ della magia del romanzo. La storia si sviluppa piano piano fino a creare un vortice di situazioni dense di pathos supportate da un ritmo sempre più incalzante a mano a mano che il piano ingegnoso di Catalina prende forma. E’ lei la vera e unica protagonista del romanzo, concreta, intraprendente ma anche capace di vezzi femminili fino allora sconosciuti. Si trasforma in poco tempo in una vera dama sivigliana, circondata da lacchè e argenteria di gran lusso, elementi imprescindibili (oltre alla più bella villa di Siviglia) per entrare in contatto diretto con i ricchi e influenti Curvo. Abbastanza ridicola e risibile la cotta di Catalina per il francamente idiota Alonsillo, scopatore instancabile di Juana Curvo e descritto in tutto il romanzo come scemo del villaggio. Da una testa fina come quella della nostra eroina ci saremmo aspettati qualcosa di meglio e invece ahimè ci tocca subire i sospiri di gelosia di Catalina (non tanto affascinante evidentemente da attirare l’uomo dei suoi sogni). Divertentissime poi le morti dei Curvo, alcune a dire il vero a botto ritardato: sifilide, curaro, coltellata e stoccata di fioretto (quest’ultima non senza conseguenze tragiche per la stessa Catalina).

Insomma La Vendetta di Siviglia rappresenta un passo avanti rispetto al suo modesto predecessore nonostante presenti sempre qualche difetto di credibilità, specie sul finale quando Catalina non fa che spogliarsi e rivestirsi per mostrare ai Curvo la sua vera identità in modo che prima di morire schiattino dalla rabbia all’idea di avere avuto sempre davanti il loro nemico numero uno. La doppia identità sembra ancora francamente inverosimile soprattutto per il modo in cui gli uomini della storia sembrano accettarla senza batter ciglio, atteggiamento alquanto strano per un’epoca in cui era facile che una cosa del genere venisse punita col rogo o peggio. Stiamo parlando in fondo della cattolicissima Spagna e di un mondo al maschile. Ma trattandosi di un romanzo di finzione lo si accetta per quello che è e si tira avanti. Inutile dire comunque che ho preferito un’astuta donna che trama nell’ombra (La vendetta di Siviglia) che una ragazza travestita da uomo e con la voce contraffatta che nessuno riesce a riconoscere (Terraferma): molto più credibile.

Ci aspetta comunque un terzo segmento di storia vista la sibillina chiusa del romanzo e non so se gioirne o meno.

VOTO 7   

    

mercoledì 27 luglio 2011

0 Heidi–Johanna Spiri

Trama: La storia si ambienta nell’800 in Svizzera e a Francoforte e racconta la storia della piccola Heidi, un’orfana di cinque anni che viene portata dalla zia Dete su all’Alpe dove vive suo nonno, un uomo solitario che sfugge la gente e che ha scelto, dopo la morte dell’amato figlio, di vivere lontano da tutti. Heidi, una bambina semplice e fino ad allora poco amata scopre piano piano un mondo bellissimo fatto di natura incontaminata e semplicità. Conosce il pastorello Peter e con lui inizia a recarsi ogni mattina sulla sommità del monte per portare al pascolo le caprette, anch’esse molto legate alla bimba e sue uniche compagne a parte il nonno.

Due anni dopo però la bimba viene di nuovo portata via dalla sua nuova casa dalla zia Dete che la porta a Francoforte dove dovrà fare da amica e compagna di giochi a Clara, una bambina impossibilitata a camminare e perciò molto sola nella sua grande e maestosa casa di città. Qui Heidi conosce la terribile Rottenmeier la governante di casa Sesemann che subito la fa sentire inadeguata e incompresa più di quanto si senta già da sola, chiusa tra quattro pareti senza un minimo di verde a ricordarle l’Alpe. Le uniche persone che le mostrano simpatia sono il maggiordomo Sebastian, il Dottore e la Nonna di Clara. Heidi pian piano impara a leggere così da poter apprezzare le storie edificanti presenti nel libro che le dona la signora Sesemann, l’unica persona in grado di esortare la bimba all’impegno e allo studio e soprattutto a insegnarle a pregare. Heidi da quel momento vive in un misto di serenità per aver imparato a fare qualcosa che riteneva impossibile e la rassegnazione di non poter mai più fare ritorno dal nonno. La sua unica consolazione sono le immagini del libro che mostrano paesaggi montuosi e ricchi di verde, il resto della sua vita è invece scandito dagli orari di Clara e dagli obblighi imposti dalla governante, sempre più insofferente nei suoi confronti. Alla fine è il Dottore che capisce che la bambina sta male e rischia di morire a meno che non torni al più presto in Svizzera, cosa che puntualmente accade e che riporta la gioia nel cuore di Heidi.

L’inverno successivo al suo ritorno sul monte il nonno si decide a trasferirsi per la stagione fredda a Dorfli in modo che Heidi possa frequentare la scuola come tutti i bambini del paese. Da questo momento anche il vecchio viene reintegrato nella società che fino a quel momento lo respingeva ritenendolo pericoloso ma che finalmente si rende conto che in realtà si trattava di un uomo onesto e di sani principi. Con l’estate Heidi ritorna nell’alpeggio e dopo qualche tempo viene a trovarla Clara che viene invitata a fermarsi per un mese. Durante questo tempo la giovane invalida ritorna ad essere una ragazzina in salute e finalmente felice. Peter geloso dell’amicizia tra Heidi e Clara decide poi di rompere la sedia a rotelle della bambina ma questo gesto apparentemente tremendo porta invece ad un finale insperato in quanto Clara piano piano ritorna a camminare grazie all’aiuto di Heidi e del nonno.

Il romanzo si chiude con Heidi, il nonno e il Dottore che vivono serenamente insieme a Dorfli durante l’inverno e nella baita di montagna in estate. Heidi non sarà mai più una bambina infelice e sola.

Commento: Il romanzo è sicuramente meno conosciuto dell’amatissima e intramontabile serie animata che ha accompagnato l’infanzia dei bambini dagli anni 70 in poi e che rispetta in modo piuttosto fedele la controparte narrativa. Certo quando si legge il libro, scritto in modo delizioso (scorrevole ma allo stesso tempo non infantile), i personaggi che ci vengono alla mente sono ovviamente quelli degli anime e viene quasi automatico affezionarsi a questo piccolo gioiello della narrativa per ragazzi. Non è un romanzo che solitamente è presente nelle librerie di casa proprio per il fatto di ignorare che esista un libro da cui è stato tratto il cartone animato e non viceversa. Ci troviamo infatti davanti ad un’opera del lontano XIX secolo che i grandi artisti giapponesi sono stati in grado di portare alla notorietà mondiale offrendo la possibilità a chi fosse curioso di immergersi in una lettura che coinvolge senza stancare mai. E’ un romanzo altamente edificante, ricco di buoni sentimenti e con un grande amore per le cose semplici, spesso le migliori che la vita ci può donare e che possono dare un senso vero alla vita. Dio è molto citato come è giusto aspettarsi da un romanzo rivolto all’infanzia, in quel tempo incanalata dalla letteratura verso un percorso moraleggiante che portasse esempi di vita da seguire allontanando le giovani generazioni dai pericoli del vizio e dei capricci. Tutto ciò per noi è quanto meno anacronistico e fuori tempo ma sappiamo che è il segno dei tempi che cambiano, ora vogliamo per i bambini storie di maghi o eroi fantasy, non precetti morali che mal si sposano con un’epoca tecnologica e progressista. E’ un peccato che certi capolavori non siano pubblicizzati come romanzi evergreen ma che siano relegati in posizioni di basso profilo, come edizioni ridotte per bambini piccoli o nel reparto classici, spesso lontano dal settore occupato dalla letteratura per l’infanzia. Io comunque lo consiglio vivamente a tutti i genitori sperando che possa essere riscoperto e perché no accompagnato dalla visione contemporanea del bellissimo anime targato Takahata.

Voto: 10    

     

venerdì 8 luglio 2011

0 Le pietre magiche di Shannara–Terry Brooks

Le Pietre Magiche di Shannara è il secondo romanzo della prima trilogia del Ciclo di Shannara. La sua prima edizione risale al lontano 1984, ben sette anni dopo La Spada di Shannara, da tanti considerato a torto o a ragione una pedissequa imitazione del Signore degli Anelli. Nel libro (un classicissimo fantasy) ci troviamo una generazione dopo gli avvenimenti che avevano portato alla distruzione del Signore degli Inganni, ad opera del mezzo sangue Shea Ohmsford grazie all’ausilio della mitica spada appartenente ad un’epoca precedente alla Guerra delle Razze. Stavolta il pericolo incombe sulle Terre dell’Ovest, territorio abitato dagli Elfi e governato dal Re Eventine Elessedil. L’Eterea, un albero millenario piantato nella città elfa di Arborlon per difendere le Quattro Terre dall’assalto dei Demoni, sta morendo e l’unico modo per salvare il popolo elfo dalla distruzione consiste nell’immergere il seme della stessa Eterea nel Fuoco di Sangue che si trova in un misterioso luogo chiamato Cripta. L’unica persona deputata a farlo è la giovane Amberle, una degli Eletti che hanno il compito di proteggere l’albero, ma che da tempo non vive più nella città elfa. Allanon, l’ultimo druido vivente, si mette alla sua ricerca non prima di aver assoldato anche il nipote di Shea, Wil, un giovane guaritore, anch’esso mezzo elfo e perciò in grado di padroneggiare il potere delle Pietre Magiche (oggetti creati proprio dalla magia elfa, una magia ormai dimenticata). Una volta trovata Amberle, i due giovani si mettono in cammino verso occidente alla ricerca del fuoco di sangue, ultima speranza per il popolo elfo, che nel frattempo combatte strenuamente contro le orde di demoni che si dirigono verso Arborlon.

La trama è senz’altro accattivante e ben lontana da qualunque ipotesi di plagio verso altri romanzi fantasy, nonostante ciò presenta lati a mio modo deludenti. Ovviamente risponde bene alle caratteristiche che ci si aspetta da un fantasy, cioè la ricerca di qualcosa e il racconto che segue due percorsi diversi, da una parte Wil e Amberle, dall’altra gli Elfi e la loro strenua lotta contro i demoni. Ma mentre le sezioni dedicate alla ricerca sono fondamentalmente intriganti, ben scritte, scorrevoli e appassionanti (l’affinità sempre crescente tra Wil e Amberle, l’incontro con Eretria, Hebel e Vagabondo, cambio di scenari abbastanza frequente), tutta la parte dedicata alla descrizione della battaglia tra elfi e demoni è quanto di più pesante io abbia letto nel corso degli ultimi 20 anni o giù di lì. Mancano i personaggi carismatici del primo romanzo che tenevano in piedi centinaia di pagine di descrizioni guerresche, manca un’idea veramente originale che giustifichi i numerosi capitoli finalizzati a descrivere la conquista e la perdita dei vari cancelli che portano alla città. Ogni tanto compare Allanon con il suo fuoco azzurro e poco altro. Tutto si presenta molto piatto e mal descritto, con l’intromissione ridicola di Arpie, vampiri, camaleonti e orchi, che muoiono come mosche ma il cui numero si presume infinito.

Un altro grande difetto di questo libro è la mancanza di personaggi veramente memorabili. Tutti molto statici, a parte Eretria, dotata di una verve che tiene in piedi gran parte del libro e che infatti rimane a farci compagnia fino all’ultima, un po’ penosa pagina. Penosa perché le ultime righe non hanno molto senso e perché l’autore ci fa capire che Wil fondamentalmente ritiene Eretria una gran palla al piede, ma che essendo rimasta sola e non essendo propriamente orrenda, tutto sommato se la può portar dietro senza grossi rimpianti. Ho trovato questo libro anche un po’ misogino in effetti, anche se la storia va a buon fine solo grazie alle donne e a un cane, ma poco importa perché tanto il vero eroe deve risultare Wil, l’inutile e tremebondo Wil. Questo è un po’ il difetto di un certo tipo di fantasy vecchia maniera ma si accetta perché tutto sommato ad un romanzo celebre si perdona anche questo.

Sono ovviamente poco incline a soprassedere sull’inutile e reiterata tiritera dell’egoismo di Allanon, del suo sapere le cose in anticipo e non comunicarle ai diretti interessati che in questo modo potrebbero usufruire del libero arbitrio invece che essere convogliati su un treno destinato a schiantarsi. Questo se mi permettete è un po’ ridicolo e ancor peggio pedante, e lo dico da lettrice di tutti i romanzi di Shannara dal Ciclo di Shannara agli Eredi di Shannara. Lo dico perché sarà qualcosa che puntualmente comparirà in ogni libro della saga. Essenzialmente inutile.

Per concludere, il romanzo è un fantasy sui generis e piacerà tanto agli estimatori del genere e a chi vuole vivere un’avventura dal finale inaspettato (un ottimo finale a parte il fatto che avrebbe meritato più pagine per permettere un addio decente tra Wil e Amberle). Per tutti gli altri consiglio un fantasy più leggero e scorrevole. Per molti ma non per tutti.

Voto: 7

martedì 1 marzo 2011

0 Buick 8 – Stephen King

Ecco un piccolo libro che non ha la pretesa di cambiare il mondo o porsi sul gradino più alto della letteratura americana. E’ un libro semplice (per alcuni anche sempliciotto forse), un libro che si legge tutto d’un fiato e che alla fine dei conti non lascia molto tranne la sensazione di aver letto un buon libro di fantascienza e nulla più. Scritto nel periodo più nero del nostro amato Re (pre e post incidente stradale) si presenta come un prodotto con tutte le carte in regola per allietare il lettore dell’ultim’ora e far sorridere quello più smaliziato e più fedele. La storia è stralunata e semplice allo stesso tempo: una bellissima Buick 8 viene lasciata da un misterioso personaggio ad una stazione di benzina della Pennsylvania e da qui portata alla più vicina Polizia di Stato. I problemi iniziano subito. La macchina non è una vera macchina ma quasi un grosso giocattolone in quanto tutti i comandi sono finti e i copertoni sputano fuori qualunque granello di terriccio o di polvere. In più ogni tanto decide di partorire piccole e grandi stranezze dal bagagliaio chiedendo come ricompensa vite umane o animali capitate inconsapevolmente nelle sue vicinanze e assorbite verso un mondo alieno e sconosciuto. I poliziotti prima si stupiscono, poi si incuriosiscono e infine la prendono come una delle tante magagne del loro difficile lavoro. Un segreto da custodire e da tramandare da poliziotto a poliziotto senza soluzione di continuità.

I difetti sono principalmente due: la traduzione che non è opera del mio amato Tullio Dobner e lo si percepisce dalla totale assenza di ironia e dalla traduzione quasi scolastica e priva di verve. Difetto numero due: l’ambientazione. Si capisce molto bene che King non conosce la Pennsylvania tanto è vero che non la descrive e lo fa volutamente visto che lui stesso ammette di essere totalmente ignorante in materia in quanto da sempre abituato a scrivere del vecchio e a lui caro Maine. Però l’idea del libro è nata lì e come omaggio ha ritenuto necessario trapiantare le radici della storia in questo paese che rimarrà a noi sconosciuto, più una scenografia di cartapesta alle spalle dei protagonisti che uno scenario vero e tangibile.

I personaggi non sono malaccio, forse poco caratterizzati e un po’ troppo dentro alle righe ma tutto sommato non disturbano la storia visto che la protagonista quasi assoluta è Lei, la Buick che quando decide di darsi da fare fa scendere la temperatura e dà vita a un susseguirsi di luci stroboscopiche ed effetti speciali da film di seconda o terza fascia. Graziosissimi i doni che porta dal suo strano mondo: pipistrelli, scarafaggi verdi, terra che puzza e gigli bianchi…ma anche cose più inquietanti e vitali che non svelo per non rovinare la sorpresa a chi ancora deve leggere il romanzo. Certo io qualche spiegazione in più l’avrei messa: che cos’è veramente la macchina? chi è lo strano personaggio che abbandona la macchina e sparisce dopo una fulminea comparsata? cosa ne sarà della Buick quando tutti i poliziotti che se ne sono presi cura moriranno? Forse però a pensarci bene, soprattutto quando si parla di libri di Stephen, la cosa più ragionevole è non avere troppe spiegazioni visto che a volte non tutte quelle che tira fuori dal suo capiente cilindro sono apprezzabili, anzi spesso si rivelano brutalmente deludenti. Il finale aperto in questo caso fa guadagnare un mezzo punto in più al libro, proprio perché ognuno di noi è libero di darsi le risposte che più gli aggradano.

In definitiva un buon libro.

Voto: 7,5   

mercoledì 10 novembre 2010

0 Terra Ferma – Matilde Asensi

 

Matilde Asensi è una gran brava scrittrice iberica che ha fatto del romanzo d’avventura il suo asso nella manica. Ha dalla sua parte una scrittura scorrevolissima e semplice, immediata ma anche molto evocativa. Non è una che si perde in lente descrizioni di ambienti, situazioni o stati d’animo, lei scrive di getto, alternando parti dialogate a pura azione narrativa. E’ una scrittrice di talento che ha sicuramente superato se stessa nella stesura dell’Ultimo Catone, finora il suo miglior best seller.

Matilde Asensi è anche una che non bada più di tanto alla coerenza e al realismo delle storie che racconta, cercando più che altro di far accadere cose (per lo più impossibili) di puro divertissement per il lettore. Un lettore pop (io per prima) ama il suo stile perché è ingenuo e senza secondi fini, non è moraleggiante e non si prende sul serio. Le storie narrate dalla Asensi ti coinvolgono fino a farti vestire i panni dei suoi eroi e delle sue eroine e pazienza se tutto è molto simile ad una trasposizione narrativa di un film di Indiana Jones.

Tutto questo gran preambolo per dire che la Asensi ha scritto tanta bella roba ma qui è proprio inciampata malissimo, una bella buccia di banana sulla sua carriera rispettabilissima. Il romanzo è corto e di questo la ringrazio vivamente perché il ritmo non è dei più intensi. Penso che la sua volontà sia stata quella di voler riproporre a distanza di secoli il genere in voga nella Spagna del 600/700, ossia il romanzo picaresco di cui è mirabile esempio il Lazarillo de Tormes (grazie al quale stavo per essere sbattuta fuori all’esame di letteratura spagnola, perciò da me “amatissimo”). La protagonista è Catalina, giovane spagnola appartenente ad una nobile famiglia decaduta e promessa sposa ad un ricco e non del tutto normale uomo, che abita nei territori della Terra Ferma, ossia il Nuovo Mondo. La sua nave viene attaccata dai pirati e lei si getta in mare per mettersi in salvo. Arriva in un’isola desera e lì dopo qualche tempo viene stanata dall’anziano capitano della nave Chacona che conosciuta la sua storia decide di farla travestire da uomo e trasformarla in suo figlio adottivo. Da qui poi inizia tutta la storia che è più che altro incentrata su storie di contrabbando e onore perduto.

Insomma se le prime 20 pagine ti fanno divertire le successive 100 ti tramortiscono con tutta una sequela di nomi e soprannomi spagnoli, con un intreccio degno di una telenovela anni 80 e con dialoghi scarni e molto poco realistici (un po’ come i dialoghi tra Don Rodrigo e i Bravi nella piece dei Promessi Sposi rifatta dal Trio Solenghi, Marchesini e Lopez).

Insomma diciamo che questo libro per il momento si aggiudica l’ultima posizione tra i romanzi scritti dalla Asensi. 

Voto: 6

martedì 5 ottobre 2010

1 Recensione La Signora di Avalon (1997)

Leggere questo libro è stata una vera impresa persino per me che amo molto lo stile della Zimmer. La difficoltà mi è parsa drasticamente evidente fin dalle prime battute in quanto sono convinta che la bellezza di un qualsiasi romanzo si evince anche solo dall’incipit, se questo non decolla, difficilmente riuscirà a farlo il resto della narrazione.

Io amo, anzi adoro i libri che superano lo scarno confine delle 200 pagine, ma qui si è dato vita ad una pericolosa bulimia letteraria, per giunta non sorretta da un intreccio convincente e degno delle 563 pagine che compongono il romanzo. Quest’ultimo è composto da tre parti che corrispondono a tre periodi storici e a tre momenti nella storia di Avalon e delle sue Sacerdotesse. Ho trovato la prima frazione quasi inutile salvata solo dalle battute finali dove si spiega in che modo e soprattutto il motivo per il quale la sacra isola di Avalon viene separata dal mondo terrestre. La seconda è forse ancor più inutile visto che si perde nei soliti discorsi delle anime reincarnate che miracolosamente si ritrovano grazie all’aiuto della Dea e al richiamo di Avalon. Stavo seriamente pensando di abbandonare nel dimenticatoio questo romanzo quando all’improvviso, grazie all’ultima parte, si è risvegliato il sacro dono della scrittura della Zimmer.

Se infatti le prime due parti del romanzo sono totalmente intrise di descrizioni stile harmony o peggio ancora da banalissime introspezioni dei vari personaggi, la terza parte ci riporta di forza al mondo delle Nebbie di Avalon dove i protagonisti assumevano un identità a 360 gradi, rendendosi riconoscibilissimi al lettore e capaci di creare empatia con quest’ultimo. Viviana è l’assoluta protagonista di questo scampolo di romanzo, una Viviana che ritroviamo bambina e presto donna, una donna arrabbiata e combattiva ma sempre capace di grandi gesti dettati più dal cuore che dal volere della Dea. Interessante la scelta da parte dell’autrice di soffermarsi soprattutto sul rapporto burrascoso e contrastante tra la Signora di Avalon (la cinica e fredda Ana) e sua figlia Viviana. E’ un rapporto che si sviluppa pian piano passando dal rancore, alla rabbia fino ad una sorta di accettazione in nome di un bene più grande, ma mai passando attraverso l’amore, se non un amore celato dietro l’asprezza dei modi di una madre assente e piena di sensi di colpa verso una figlia tanto, troppo simile a lei.

La terza parte del libro presenta personaggi che poi diventeranno assoluti protagonisti delle Nebbie di Avalon, il capolavoro assoluto della Zimmer, un best seller che lei stessa non è riuscita ad eguagliare con gli altri romanzi che compongono il Ciclo di Avalon.

Il mio consiglio a chi si accingesse alla lettura del presente libro è quello di non scoraggiarsi nonostante un ritmo costantemente lento, che si protrae immutato fino a quasi tre quarti di libro. Il bello viene subito dopo ed è un bello che merita di essere letto. Tra l’altro non presenta neanche forti legami con il resto del libro procedendo quasi in modo autonomo verso direzioni molto più interessanti che si svilupperanno nel romanzo successivo, presumibilmente legato strettamente alla figura di Viviana ma anche a quella della giovane Igraine, qui ancora bambina.

Voto: 7   

lunedì 2 agosto 2010

2 Libri game

 

Questo qui affianco è stato il mio primissimo Libro Game. In realtà non era neppure mio ma di mia sorella che lo aveva scelto in una vecchia libreria di Genova una cosa come un milione di anni fa. Erano tempi in cui viaggiavamo al seguito dei miei che per farci stare buone ogni tanto ci regalavano qualcosa, in questo caso un calmante in formato A4. Ricordo come se fosse ieri il momento in cui ho detto io voglio questo. Cos’era? La Fabbrica di Cioccolato. Mentre mia sorella, più grande di 4 anni, aveva scelto questo gioiellino qui accanto. Non sapeva cos’era ma l’aveva preso perchè le piaceva la copertina. Un motivo un po’ banale forse, ma la ringrazierò in eterno perché nel momento in cui se n’è stufata io l’ho preso in mano e ho iniziato un’avventura lunga almeno cinque anni. Non era facile trovare i Libri Game, dovevi andare a cercarli sempre in vecchie librerie muffite e nascoste negli angoli più oscuri di Cagliari e se ti andava bene ce n’erano una decina scarsa. C’erano molte serie ma quella che mi aveva catturato l’anima era “Misteri d’oriente” di cui fa appunto parte l’Occhio della Sfinge. Il protagonista era un cavaliere templare, Prete Gianni, sempre alla ricerca della mitica Shangri-La dove poter trascorrere il resto della vita. Per raggiungerla però aveva bisogno di indizi che gli venivano dati da personaggi misteriosi e solitamente ben nascosti in luoghi poco accessibili: la Fortezza di Alamuth, una piramide egiziana o un’antica miniera di Salomone. Ovviamente la via era sempre piena di ostacoli di natura spesso soprannaturale, ma il prete poteva contare su oggetti magici oltre che sulla sua forza fisica. Per chi non conoscesse lo spirito dei Libri game basta dire che non si tratta di libri che vanno letti da pag 1 sino alla fine, ma si procede a salti a seconda della scelta che viene presa a fine paragrafo. Il libro è infatti composto da paragrafi numerati che si concludono con due o più scelte, che rimandano ad un determinato paragrafo. Durante l’avventura si combatte a colpi di dadi, sommando il lancio con i punti forza e sottraendo l’eventuale differenza dai punti vita. Se si muore si inizia da capo l’avventura magari prendendo bivi diversi. Ammetto spudoratamente di aver spesso barato per poter andare avanti e vedere che succedeva dopo ma ciò non ha tolto niente al gusto dell’esperienza tanto è vero che pur conoscendo praticamente il libro a memoria, lo riprendevo e lo rivivevo da capo. La copertina mezzo distrutta dell’occhio della sfinge lo dimostra ampiamente. Se guardo la mia libreria ne conto almeno una ventina ma non tutti si sono dimostrati all’altezza del loro compito, alcuni erano noiosi altri invece semplicemente infantili ma mai ho pensato di metterli in vendita su Ebay o (orrore!) buttarli via. Hanno rappresentato un passaggio importante e un modo molto ben riuscito di trasportare i giochi di ruolo da tavolo in 300 pagine da vivere in solitaria. Ad un certo punto negli anni 90 sono scomparsi, così come la EL edizioni. E’ stato un peccato mortale perché al di là di tutto avevano il loro pubblico seppur di nicchia e meritavano una vita ben più lunga. Se sfoglio questi gioielli preziosi rimango ancora incantata dalle illustrazioni, affascinanti, misteriose e forse un po’ cafone come le figure dipinte nei castelli stregati dei Luna Park.

Dieci giorni fa sono entrata in un negozio che vende tutto a 1 euro. Cercavo della carta regalo e scrutando in giro sono rimasta folgorata dalla visione di una colonnina di Libri Game nuovi di zecca. Che dire? Ne ho comprato subito uno, anche perchè la scelta era ridotta a due titoli. Non mi è sembrato possibile, soprattutto il fatto di averlo pagato 1 euro. Un euro??? E dire che avevano il loro prezzo durante il loro momento d’oro. E’ stato un regalo inaspettato che mi accompagnerà in questo scampolo di estate 2010.

W i Libri Game!      

lunedì 31 maggio 2010

0 Recensione The Dome Stephen King

under-the-dome-king Ieri ho finito l’ultima fatica di Stephen, mi è dispiaciuto. Un romanzo così è raro al giorno d’oggi ed è ancor più raro che venga fuori dal mio scrittore preferito, uno che ormai stenta a portare a termine l’OPERA PERFETTA. I suoi ultimi romanzi andavano bene sino al 80% della lettura poi si sgonfiavano miseramente, annientati da finali decisamente poco credibili (due esempi su tutti: Duma Key e La Storia di Lisey).

La Cupola è un romanzo elefante, più di 1000 pagine con decine di personaggi. A guardarlo da fuori ci si spaventa, a guardarlo da dentro con gli occhi che divorano chilometri di pagine, SI GODE di un piacere tantrico. I protagonisti, quelli veri, quelli che catturano la scena, non sono tantissimi ma tutti hanno il loro perchè, persino il piccolo corgi Horace di cui leggiamo i pensieri e l’amore per i pop corn. In questo romanzo si supera il buonismo di kinghiana memoria che vede la sopravvivenza del buono e la morte del cattivo…in questo romanzo crudo e avvincente c’è un numero impressionante di morti, alcune ci fanno esclamare EVVAI, altre ci portano alle lacrime, altre ci lasciano indifferenti. E’ un libro originale e senza un attimo di respiro, ogni pagina porta avanti la storia, senza tempo per riflessioni o flashback, il tempo è il Presente e si vive la tragedia minuto per minuto, sentendo piano piano il respiro corto e i polmoni collassati come se fossimo tutti lì avvolti da questa incredibile calotta trasparente, simili a formiche sotto la lente d’ingrandimento del bambino più grande del mondo. Non è una storia di extraterrestri, non c’è una spiegazione razionale su chi abbia messo la cupola su un paesino del Maine, ognuno può pensare quello che crede. Forse ci sono altri mondi oltre a questo, forse abitati da bambini crudeli che si divertono a vedere che effetto fa imprigionare un micromondo dentro un bicchiere di vetro aspettando che l’aria finisca. Forse la Cupola è la punizione per le colpe dell’uomo e può essere vista come strumento di espiazione e di rinascita per chi riesce a sopravvivere.

Come trovare un difetto ad un romanzo che difetti non ha? Beh, se devo proprio essere cattiva, posso dire che non ho avuto la sensazione che si trattasse di un paese ma di un quartiere molto più piccolo, non ho avuto insomma la sensazione che sotto ci fossero centinaia di persone, ma solo poche decine.

Ma queste sono solo quisquilie rispetto alla perfezione della storia. Del resto non affrontate la lettura pensando che il problema della Cupola sia tutto, quella è solo la cornice, in realtà ciò che conta è la conseguenza di una situazione in cui non c’è via di uscita ma neanche via di entrata per la Legge. Il capetto locale, Rennie, un Berlusconi di provincia, approfitta dell’isolamento dal potere costituito per impadronirsi del paese e dei suoi abitanti circondandosi di giovani scapestrati o nulla facenti, armati di pistola e con il chiodo fisso dello stupro. Una situazione in cui la gente che ha votato Rennie non si rende conto del Male che rappresenta, dove ogni nefandezza viene imputata all’innocente per coprire la verità e le sporcizie del Governo Autarchico e Dittatoriale, insomma a me ha ricordato la realtà politica italiana e questo è un altro punto a suo favore. Peccato che solitamente chi dovrebbe aprire gli occhi sulla realtà non perda tempo a leggere libri ma preferisca Pomeriggio 5 della D’Urso o gli abomini editoriali di Alfonso Signorini.

Il mio consiglio è godetevi questo libro e preparatevi ad un viaggio nel Male più profondo, quello rappresentato dall’Uomo.

Voto 10

domenica 17 gennaio 2010

0 Intervista col Vampiro - Anne Rice

filmtv_01Trama: un vampiro racconta la sua storia ad un giovane giornalista. Siamo alla fine del XVIII secolo in Louisiana e Louis, un giovane possidente terriero, vive il dramma della morte improvvisa del fratello. Questa disperazione lo conduce più volte vicino al baratro della depressione più profonda, al rifiuto totale del mondo che lo circonda, finchè conosce Lestat, uno strano vampiro che gli fa un terribile dono, quello dell’immortalità, rendendolo simile a lui. Louis però non riesce ad accettare la sua nuova natura e cerca di sottrarsi al bisogno di nutrirsi di sangue umano. Inizia anche a rifiutare la compagnia di Lestat, troppo diverso da lui e egoista nel non voler mai rispondere agli interrogativi di Louis in merito ai poteri dei Vampiri. A questo punto, un po’ per crudele celia e un po’ per compassione nei confronti di Louis, Lestat rende vampiro una bambina cenciosa, Claudia, orfana di madre e destinata alla morte e all’abbandono. Il gesto di Lestat fa sì che Louis trovi un nuovo scopo nella vita: essere il padre, il maestro, il compagno della ragazzina che diversamente da lui, apprezza i piaceri della vita del non morto, il lusso sfrenato, i divertimenti e il sangue dei malcapitati che si commuovono alla vista di questa bellissima bambina con i boccoli d’oro e l’espressione di bambola che ha smarrito i genitori e che dev’essere riaccompagnata a casa. Anche Claudia però inizia a entrare in conflitto con Lestat, fermo nel proposito di non rivelare alcun segreto ai due compagni. Claudia decide allora di ucciderlo ma il primo tentativo va a vuoto e a quel punto dopo aver fatto perire il vampiro in un incendio, Claudia e Louis partono per l’Europa alla ricerca di loro simili. Qui però nel cuore della Transilvania entrano in contatto con una tipologia di vampiro guidata solo dall’istinto dell’uccisione incondizionata, perciò si trasferiscono a Parigi e qui sì che trovano creature simili a loro nel gusto per il lusso e i piaceri della vita. Qui Louis conosce Armand, bellissimo vampiro di cui si innamora e capo di una schiera di vampiri superficiali e guidati dal sospetto verso i due nuovi arrivati che sospettano aver ucciso chi li aveva resi vampiri, peccato mortale e gravissimo per creature come loro. Louis rende vampiro un’altra donna, Madeline, per renderla compagna di Claudia ormai infelice della sua condizione di donna in corpo di bambina e sempre più sola ora che Louis ha deciso di donare il suo cuore ad un altro vampiro. Purtroppo Claudia e Louis scoprono a caro prezzo che Lestat è ancora vivo e che ha sguinzagliato contro di loro i vampiri di Parigi che infatti riescono a uccidere Claudia e Madeline, mentre Louis riesce a salvarsi grazie ad Armand e fugge via per tornare la notte dopo e dare alle fiamme il nido dei vampiri colpevoli di aver ucciso quella che era stata la compagna di una vita. Poi inizia a viaggiare con Armand sino a ritornare dopo moltissimo tempo a New Orleans. Qui trova Lestat ormai ridotto allo spettro di se stesso, incapace di uscire e nutrirsi perchè spaventato dai tempi moderni e dai rumori del traffico. Louis a questo punto finisce il suo racconto.

Commento: il romanzo della Rice è datato 1976 ed è il primo della serie dedicata ai Vampiri. E’ un romanzo che sicuramente ai più è conosciuto più che altro per la visione dell’omonimo film interpretato da Brad Pitt e Tom Cruise. Che dire? è un romanzo non facile e non immediato, lo stile è verboso e barocco, quindi molto affine all’epoca in cui si svolge buona parte del romanzo, ma soprattutto a colui che narra la storia, ossia un uomo del Settecento. Ho trovato la scelta stilistica molto ostica, ma rispetto molto la scrittrice riconoscendole il merito di aver rispolverato una figura che viveva (e vive tuttora benissimo)nelle pagine del capolavoro di Stoker. Non ho letto altri libri della Regina dei Vampiri ma quello che ho potuto notare è che questo romanzo è abbastanza deficitario nel darci notizie sulla vita e sulla morte dei vampiri. Mentre in Dracula tutto è molto chiaro, crocifisso, paletto nel cuore, la testa mozzata, la testa d’aglio e la rosa, così come i vari poteri e i limiti del Conte dai denti aguzzi, in questo romanzo si nega tutto ciò che dice la letteratura in proposito non offrendo però alternative credibili. I vampiri della Rice uccidono dopo aver sedotto (ma non si sa in che modo visto che il sesso sembra essere totalmente escluso e tutti i rapporti anche tra i vampiri sembrano esplicitarsi solo nella comunione di anime e intenti), non possono essere uccisi in alcun modo però muoiono se non stanno dentro la bara, le fiamme non funzionano ma la luce del sole sì, non bevono e non mangiano. Che noia no? spero che dal secondo romanzo in poi le cose si smuovano, perchè la figura del Vampiro merita maggior spessore e più profondità. Ultimo appunto, il protagonista è veramente deprimente. Nonostante ciò mi rifiuto di dare un voto basso perchè il romanzo ha comunque un suo fascino e un’atmosfera particolare nonostante la lentezza a volte angosciante di tre quarti del libro.

Voto: 7=

domenica 13 dicembre 2009

0 Recensione Il Mago di Oz

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Trama: Dorothy è una bambina che vive nell’arido Kansas in compagnia degli zii Enrico ed Emma e del suo adorato cagnolino Toto. Un giorno un potente tornado sradica la sua casa proprio mentre lei e Toto sono dentro ed ecco che viene trascinata per molte leghe in mezzo al cielo sino ad atterrare bruscamente in uno strano posto. Un urlo di dolore accompagna la caduta. Subito dopo arrivano a fare la sua conoscenza una dolce vecchietta che si scoprirà essere la Strega del Nord e una rappresentanza degli abitanti del luogo ossia i Munchkin, i piccoli ometti che hanno come colore nazionale il blu. Tutti si complimentano con la bambina per aver ucciso la perfida Strega dell’Est, schiacciata dalla rovinosa caduta della casa. Di lei rimangono solo le sue Scarpe d’Argento che ora sono di proprietà esclusiva di Dorothy che le indossa immediatamente ignorando il loro grande potere. Ora l’unico pensiero della bimba è il ritorno a casa ma la Strega Buona non può far niente per aiutarla se non consigliarle di rivolgersi al grande Mago di quel paese, ossia il Grande e Terribile Oz che vive proprio al centro del Regno. Il Paese è governato infatti da 4 Streghe legate ognuna ad un punto cardinale: due sono buone e due malvage ma ormai ne è rimasta solo una di questa specie, cioè la Strega dell’Ovest. Per affrontare il lungo viaggio, la Strega del Nord suggerisce alla bambina di seguire la strada di mattoni gialli che la porterà sino al cuore del regno e infine le stampa un bel bacio in mezzo alla fronte che la difenderà da ogni male. A questo punto Dorothy si avvia e nel suo viaggio incontra vari personaggi che la seguiranno nel suo viaggio ognuno per un motivo diverso: lo Spaventapasseri perchè vuole chiedere ad Oz un cervello, l’Uomo di Latta che desidera un cuore e infine il Leone Vigliacco che vorrebbe una buona dose di coraggio. Insieme affrontano e superano numerosi pericoli sia da soli che grazie all’aiuto di altri personaggi: la regina dei Topi, le Scimmie Alate, i vari abitanti del luogo. Infine giungono alla Città degli Smeraldi, dove vengono ricevuti dal grande OZ. Ognuno di loro però lo vede sotto una forma diversa: una Testa, una bella Dama, una Bestia, una Palla di Fuoco. Tutti però ricevono un rifiuto alla loro richiesta perchè Oz vuole qualcosa in cambio: uccidere anche la Strega dell’ovest. I 4 allora (5 compreso Toto) partono per affrontare la terribile impresa, da cui escono vincitori dopo una bella serie di incidenti. Dorothy riesce ad eliminare la malvagia strega gettandole un secchio d’acqua addosso. A questo punto ritornano da Oz e scoprono che in realtà si tratta di un semplice omino proveniente anch’esso come la bambina dalla Terra, più precisamente da Omaha. Egli è arrivato tramite un pallone aerostatico ed era stato accolto come un grande mago pur essendo un semplice essere umano, esperto in illusioni e trucchi meccanici. I 4 vogliono comunque avere ciò che desiderano nonostante Oz stesso gli dica che in fondo tutti loro (tranne Dorothy) hanno già quello che vorrebbero: lo Spaventapasseri che trova sempre le soluzioni più adatte, l’Uomo di Latta che non ha nemmeno il cuore di uccidere una formica, il Leone che è sempre il primo a gettarsi nella mischia. Oz allora fa dono a ciascuno di un simbolico cervello (spilli e aghi tra la paglia dello Spaventapasseri), di un cuore (di seta e infilato nel torace), di coraggio (un liquido alcolico che il Leone beve tutto d’un fiato). Per quel che riguarda Dorothy, Oz costruisce una nuova mongolfiera ma proprio all’ultimo la bambina non riesce a salirci sopra perchè nel frattempo Toto le è scappato di mano e lei naturalmente lo rincorre perdendo l’unica occasione per tornare a casa. L’unica soluzione è andare verso Sud dalla Strega Glenda. Accompagnata dai suoi amici, che nel frattempo sono diventati governatori dei vari regni, giunge dopo altre difficoltà al cospetto della bella Strega dai capelli rossi. Quest’ultima le rivela che sarebbe potuta tornare a casa molto tempo prima, cioè da quando ha indossato le magiche scarpe d’argento che hanno il potere di portare chiunque le indossi in un qualsiasi luogo egli desideri. Basta solo battere i tacchi 3 volte e pronunciare il nome del luogo. Dopo aver salutato tutti Dorothy e Toto riescono finalmente a fare ritorno nel Kansas dove riabbracciano la zia Emma e lo zio Enrico.

Commento: non c’è molto da dire se non che si tratta di uno di quei romanzi che ognuno di noi dovrebbe leggere almeno una volta nella vita. C’è magia, fantasia, buoni sentimenti, insegnamenti, valori importanti. Tutto racchiuso in quasi 300 pagine che vanno via veloci come il vento. Scorrevole e di facilissima lettura pur non risultando infantile come si potrebbe pensare. Diciamo che pur essendo stato scritto nello stesso periodo di Alice nel Paese delle Meraviglie (e assomigliandogli per qualche aspetto) è sicuramente più appetibile per stile narrativo. Infatti mentre il romanzo di Carrol è zeppo di doppi sensi, giochi di parole, significati nascosti e allusioni a personaggi del suo tempo, nonchè di risvolti sessuali, beh il Mago di Oz è invece la classica favola piana, lineare e con le caratteristiche proprie di un classico per ragazzi. Tutti noi abbiamo visto il film di Judy Garland e chi non lo avesse fatto corra subito a colmare la gravissima lacuna. Tutti o quasi l’abbiamo visto e ci siamo innamorati della sua colonna sonora, del passaggio improvviso dal bianco e nero del Kansas agli squillanti colori (uno dei primi esempi di pellicola in technicolor) del Regno di Oz. Io ho scoperto il libro dopo aver visto il film e devo dire che ne sono rimasta assolutamente stregata. Avevo 10 anni e oggi che ne ho 32 e che ho appena finito di rileggere questo piccolo e prezioso gioiello, dico che ci sono romanzi che rimangono inalterati nella loro freschezza e bellezza per tutta la vita e per generazioni a venire. Ricordo tra l’altro che sono arrivata all’edizione integrale dopo il classico passaggio ai libri cartonati, colorati e profumatissimi. Una poesia per gli occhi e realizzata anche divinamente. L’Edizione era Mursia e se vado ad aprire quel magico scrigno di ricordi sento solo un vaghissimo profumo di albicocca ma ricordo bene come l’ho consumato per anni e anni a furia di leggerlo e rileggerlo. Consiglio la lettura di questo meraviglioso libro a tutti e consiglio vivamente a tutti i genitori in linea di regalare questo piccolo romanzo ai propri figli per farli crescere con valori importanti e con la capacità eterna di sognare.

Voto: 10  

venerdì 4 dicembre 2009

0 Recensione Rose Madder



Trama: Rose Daniel vive da 14 anni con suo marito Norman. Lei è casalinga, lui fa il poliziotto. Rose da 14 anni è maltrattata fisicamente e psicologicamente dal marito, marito da cui non riesce a scappare perchè troppo terrorizzata dal terrore di essere uccisa. Una mattina però a guardare una singola goccia del suo sangue sul cuscino, decide di andare via, stanca di una vita peggiore di un incubo. Prende la prima corriera per una città qualunque distante abbastanza dal suo paese e soprattutto dal suo terribile marito. Tutto le sembra nuovo e terrificante non essendosi mai allontanata dal perimetro di vita che le concedeva Norman. Fortunatamente nella nuova città entra in contatto con Peter Slowik, un uomo gentile che lavora in stazione che la indirizza ad un centro per il sostegno alle donne vittime di violenza domestica: le Figlie e Sorelle. A capo dell'associazione si trova Anna Stevenson, donna fredda ma sempre a disposizione delle donne che chiedono il suo aiuto. Rosie decide innanzitutto di riprendersi il suo cognome da nubile, cioè Mc Clandon lasciandosi simbolicamente alle spalle il suo atroce passato. Inizia dapprima a lavorare come donna delle pulizie in un albergo, così come capita a tutte le Figlie e Sorelle che non hanno particolari predisposizioni manuali o intellettuali. Una mattina, mentre passeggia per la città decide per un secondo passo verso la libertà: venderà ad un Banco dei Pegni l'anello di fidanzamento. Qui conosce Bill, il proprietario del negozio e scopre, senza veramente scoprirlo perchè in fondo l'ha sempre saputo, che l'anello è inutile chincaglieria e non il prezioso diamante che Norman le aveva sempre fatto credere. Mentre sta per uscire nota un quadro appoggiato ad una parete, si tratta del dipinto di un anonimo che rappresenta una donna vista di spalle in cima ad una collina che osserva un tempio diroccato più in basso. Rosie decide improvvisamente di comprarlo e di appenderlo subito alla parete del suo nuovo monolocale. Intanto la sua nuova vita procede sempre meglio visto che trova casualmente lavoro come lettrice di audiolibri e soprattutto inizia una relazione con Bill, un uomo totalmente diverso dal suo ex marito, dolce e premuroso. Una notte però viene risvegliata da uno strano rumore e scopre che si tratta di alcuni grilli spuntati fuori dallo strano quadro. Nel frattempo suo marito ormai è in piena caccia, infuriato più per il fatto di aver scoperto che la moglie ha rubato la sua carta di credito, che dalla fuga della donna. Ben presto riesce a risalire alla città in cui è fuggita e qui in una spirale di sangue riesce a recuperare informazioni utili su quella che è ancora sua moglie. Rintraccia l'indirizzo di casa e qui, invece di trovare la donna che ricordava, quella fragile come un uccellino, scopre che è diventata simile ad una guerriera. Come è stato possibile? Rosie è entrata in contatto con la terribile e misteriosa donna del quadro, Rose Madder, e dopo averla aiutata a recuperare la sua bambina, riceve la promessa che sarà ampiamente ricambiata quando sarà il momento giusto. In un finale rocambolesco vedremo Norman, Rosie e Bill entrare nel quadro per la resa dei conti finale.
Commento: si tratta di un romanzo che ha mille volti diversi così come mille chiavi di lettura. Inizia e per buona parte rimane la classica storia di violenza familiare: un marito violento e abbandonato che insegue la propria moglie per somministrarle il suo personale concetto di punizione. La donna che tenta di rifarsi una vita in un altro luogo ma che nel cuore continua ad avere il terrore che suo marito prima o poi la troverà, anche se andasse in capo al mondo. Diciamo che 3/4 di libro viaggiano su questo binario e viaggiano in modo piacevolissimo e appassionante. Pura realtà, descritta con un tatto che riesce assurdamente a far sentire ancora di più tutta la sofferenza sopportata in 14 lunghi anni da questa apparentemente fragilissima donna. Le tipologie di personaggi sono tagliate con l'accetta: uomo poliziotto violento, donna casalinga sottomessa. Andando avanti con la lettura, soprattutto con la comparsa del quadro, la storia cambia quasi radicalmente così come tutti i personaggi coinvolti. Scopriamo qualcosa di più rispetto a Norman, soprattutto grazie alla geniale idea di Stephen King di dedicare alcuni capitoli ai pensieri in prima persona dell'uomo. Riusciamo così a capire in parte come sia diventato un uomo così violento: sin da piccolo lui stesso era stato maltrattato da suo padre, maltrattato sessualmente. Da lì ha sviluppato sia un odio per gli omosessuali sia uno strano miscuglio di odio/paura per le donne. Il suo modo di parlare poi l'ho trovato estremamente gustoso, soprattutto nella creazione estemporanea di soprannomi per ogni personaggio che non gli va a genio. Io ho trovato Norman il personaggio realizzato meglio, quello che regge tutta la storia o che almeno le dà il sale che sarebbe totalmente assente se ci dovessimo soffermare solo sulla figura di Rosie. Lei sì che è poco credibile: inizialmente giustamente terrorizzata dalla sua stessa ombra, poi improvvisamente sicura di sè e aperta ad una relazione, anche sessuale, con un nuovo uomo. Una persona che è stata sodomizzata con il manico di una racchetta non potrebbe mai nello spazio di un battito di ciglia mettere di nuovo la sua vita nelle mani di un qualsiasi uomo. Persino il personaggio di Bill lascia perplessi: troppo dolce, troppo remissivo, troppo perfetto, troppo mammoletta. Non nascondo che io l'ho odiato profondamente, in quanto l'ho trovato totalmente inutile all'interno della storia, se non proprio di intralcio. L'elemento fantastico, direi americanicamente mitologico (e perciò ridicolo a prescindere) mi è piaciuto sino ad un certo punto, cioè sino al primo ingresso di Rosie all'interno del quadro. Sorvolo sul fatto di ribatezzare il Minotauro, Erinni. Questa, come ho detto prima è classica ignoranza americana, un po' come i classici filmoni di elemento mitologico che venivano girati negli anni 50/60, tipo Maciste contro Zorro per intenderci. Il secondo ingresso in massa nel quadro è quanto mai tirato per i capelli e poi francamente ci siamo stufati della banalità del mostro finale: ma perchè dev'essere sempre un ragno? A me piaceva immaginare Rose Madder senza volto per esempio, sarebbe stato senz'altro meglio di un ragno. Non mi ha convinto neanche il finale non finale, non mi ha convinto perchè dico in tutta sincerità non ho capito le ultime 10 pagine. Perchè Rosie ad un certo punto sembra manifestare la stessa violenza dell'ex marito? perchè per sconfiggere questi suoi istinti omicidi ha dovuto piantare i semi del melograno del quadro? perchè abbiamo dovuto scoprire, ma sai che sorpresa, che si sarebbe sposata con Bill, che avrebbero fatto una figlia, e che il nuovo marito si sarebbe trasformato nel classico pantofolaio che ti gira per casa?
A parte tutto questo, che comunque non è qualcosa di così atroce da far gettare via il libro, più che altro delude un tantino, a parte tutto questo dicevo, io dico che si tratta comunque di un romanzo da tenere nella propria libreria, se non altro perchè la storia di base è molto buona, avvincente e scritta come al solito da Dio.
Un'ultima curiosità: il personaggio di Cynthia sarà uno dei protagonisti di un romanzo successivo, cioè Desperation.
Voto: 7

martedì 17 novembre 2009

0 Torno a Prenderti

Un piccolo romanzo che non si può in realtà definire tale viste le dimensioni ridotte. Diciamo un racconto lungo che la Sperling ha furbamente trasformato in soldi spacciandolo per romanzo. Un libro insomma che si potrebbe tranquillamente leggere in due ore, sia per la brevità che per il contenuto concitato e rapido come una coltellata di un pazzo.

Abbiamo una donna, Em, che dopo la morte della sua bambina decide due cose: di iniziare a correre e di lasciare il suo inutile e vuoto marito. Correre è un mantra che la spinge fuori dal dolore, non sa perchè ha iniziato nè perchè lo fa ma sa che l’aiuta. Il marito naturalmente non capisce, come non ha mai capito la sua giovane moglie e lei lo lascia, lui accetta e lei sposta la sua corsa nell’isola di Duma Key, nella villa della sua famiglia di origine.

Nell’isola soggiorna anche un uomo di mezza età che ama portarsi dietro belle ragazze che a un certo punto spariscono misteriosamente. Em un giorno scopre il cadavere di una di queste “nipoti” che spunta fuori dal bagagliaio della macchina e da lì inizia il suo incubo. Una botta in testa e si risveglia legata ad una sedia in balia del pazzo. Appena lui si allontana, lei tenta di liberarsi e a prezzo di un dolore lancinante ci riesce. Da questo momento in poi inizia la sua vera corsa, quella più importante, la corsa della vita…

Questo racconto mi ha colpito non tanto per il nocciolo centrale della storia quanto per ciò che fa da cornice: il grande dolore di una perdita che ti fa reagire in modi che non sempre sono compresi e rispettati dalla gente, soprattutto da quella che in teoria ti dovrebbe volere più bene. La forza che ti si scatena dentro quando sei in una situazione da cui non sembra esserci via d’uscita, quella forza che ti fa pensare che tu ti rialzerai sempre, anche se sei piena di lividi dentro e fuori. E’ qualcosa che ti viene fuori solo quando il mondo che conosci ti ha respinto, solo quando la gente è convinta che fallirai. Quando arrivi a quel punto rimane il tuo istinto di sopravvivenza ed è quello che ti salva il culo. Il tema della corsa è estremamente importante, soprattutto quando inizialmente sembra la cosa più inutile del mondo. Alla fine si scopre che la corsa è tutto. Che quelle mattinate di sudore, di continuo movimento, erano solo il preludio e la preparazione di un progetto più grande.

Io la vita la vedo così. La piccola vaccata, la grande delusione, il gesto che non ti aspetti, la passione che ti nasce per una stronzata che interessa solo a te, la telefonata che non arriva, lo sgambetto di qualcuno, il pullman perso per un secondo, tutto ma proprio tutto porta sempre a qualcos’altro.

Niente accade per caso.

Questo racconto che probabilmente non aveva l’intento di far trapelare tutta sta filosofia, a me ha ispirato questi pensieri.

Il contenuto vero e proprio è poca cosa: il solito topos del pazzo assassino e del prigioniero che deve fuggire. Le battute finali meritano una buona valutazione perchè l’ansia sino a quel momento sotto lo zero, inizia a salire di qualche gradino senza mai raggiungere le vette di altri racconti o romanzi.

Se siete appassionati del Re, non potete evitare di comprarlo, se invece siete dei lettori estemporanei potrete facilmente scartarlo e acquistare per esempio il Gioco di Gerald, sicuramente un gioiello che ha molto in comune con Torno a Prenderti ma che gli è nettamente superiore sotto tutti i punti di vista.

Il mio voto è 6.

sabato 14 novembre 2009

0 Quattro Dopo Mezzanotte - Parte Uno

I LANGOLIERI

La prima novella contenuta in Quattro Dopo Mezzanotte è I Langolieri. La trama è semplice e intrigante. Siamo nel bel mezzo di un volo aereo che sta portando vari passeggeri a boston ma succede qualcosa nel bel mezzo della tratta: centinaia di passeggeri spariscono lasciando come unica traccia di sè oggetti metallici, portafogli e perchè no? parrucche. gli unici rimasti sono i pochi che si sono addormentati. tra di essi fortunatamente c’è un pilota in borghese. fortunatamente perchè sono spariti anche coloro che pilotavano l’aereo, comprese le hostess. l’unica cosa che rimane da fare è atterrare nel più vicino aeroporto per fare rifornimento e cercare aiuto. viene scelta come meta bangor. atterrati capiscono subito che c’è qualcosa che non va: nessun essere umano, un silenzio innaturale, il cibo sa di cartone, i fiammiferi non si accendono. inoltre uno strano rumore sta sopraggiungendo da distanze sempre più vicine. un rumore di masticamento. sono i langolieri. come poter ripartire se il combustibile non sembra funzionare in questa strana dimensione?

commento: la novella ha un’originalità tale da renderla appetitosa sin dalla prima pagina. una trama che non ti aspetti con numerosi colpi di scena, alcuni un po’ telefonati, altri sicuramente degni del re. i personaggi sono tutti stereotipati ma rendiamoci conto che tutto sommato si tratta di un racconto, seppur lungo. un racconto che tra l’altro ha qualcosa che ricorda i più classici canovacci dei film horror : il superuomo un po’ stronzo, la donna piagnucolosa, i due ragazzi che si innamorano e la mente superiore che risolve le situazioni con l’aiuto della sua enciclopedica cultura. io ho trovato dinah, la piccola cieca, di un odioso fuori dal comune ma mi rendo conto che senza di lei e senza le sue catastrofiche sensazioni, forse sarebbe mancato qualcosa all’intreccio. rappresenta sicuramente uno dei topos di stephen king: il personaggio in contatto con il mondo sovrannaturale che si fa da tramite tra quest’ultimo e l’uomo. il finale lo si può interpretare in vari modi ma non aggiungo altro per non guastare la sorpresa. piccola curiosità: da questa novella hanno tratto un film per la televisione che lascia alquanto a desiderare. leggetevi il libro e statene alla larga.

 

finestra segreta, giardino segreto

mort rainey è uno scrittore di discreto successo che vive in una casa sul lago. vive solo perchè la moglie amy l’ha lasciato per un giovane agente immobiliare. lui li ha scoperti a letto insieme in un motel e da quel momento la sua vita è crollata. ha perso la sua vena creativa, dorme tutto il giorno e i suoi rapporti sociali sono ridotti all’osso. un giorno bussa alla sua porta uno strano personaggio, john shooter, un campagnolo che lo accusa di aver copiato un suo vecchio racconto e pretende che lui riconosca il plagio. inizialmente mort non prende la cosa sul serio ma quando l’uomo inizia a mostrare la sua pericolosità, decide di affrontarlo per dimostrare l’'autenticità della sua creazione letteraria. ormai nella sua vita, nella sua mente, esiste solo l’orgoglio di uno scrittore sull’orlo del fallimento. inizia da quel momento una spirale di sangue e follia.

commento: per chi conosce stephen king la trama non può non ricordare la metà oscura, edito esattamente un anno prima. a parte questa strana analogia (quasi un plagio di se stesso, per restare in argomento e per mischiare la finzione con la realtà) devo dire che questo racconto ad una prima lettura non mi aveva colpito più di tanto, anzi l’avevo trovato un po’ lento e quasi banale. rileggendolo di recente ho scoperto una novella che si presenta come un ottimo soggetto per un thriller da trasporre su pellicola. cosa che infatti è stata fatta (secret window 2004) e che ho mancato di vedere. la trama apparentemente è semplice e lineare: un pazzo minaccia un uomo di successo. ma in realtà chi è il pazzo? questa è la chiave di tutto. in realtà si tratta della descrizione a scatole cinesi dello sviluppo della pazzia in un uomo che non è mai riuscito a superare un errore commesso in gioventù. un errore veniale che ha poi influenzato tutta la sua vita portandolo all’autoflagellazione finale. è un racconto lucido e ben scritto. consigliato.

 

 

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