venerdì 13 febbraio 2015
3 Mr Mercedes - Stephen King
sabato 22 marzo 2014
1 Joyland - Stephen King (2013)
lunedì 11 novembre 2013
0 Shining - serie tv (1997)
giovedì 13 dicembre 2012
0 Brivido (1986)–Stephen King
Trama: al passaggio di un meteorite le macchine e tutti i congegni elettronici iniziano a ribellarsi all’uomo. Alcune persone si rifugiano in una stazione di servizio…
Il film è vecchiotto e con un’ottima locandina che richiama la copertina di un tipico fumetto horror. Rappresenta anche l’unica incursione di Stephen King dietro la macchina da presa e c’è da scommettere che la cosa l’avrà reso sicuramente più felice di tutte le volte che le sue opere sono state adattate (da altri) al grande schermo. Il risultato è discreto per un esordiente assoluto ma abbastanza mediocre per lo spettatore abituato a qualcosa di meno banale. La storia è tratta molto liberamente da Camion un racconto presente in A volte ritornano (1978), una raccolta di racconti che ha dato vita a numerosi film con risultati alterni.
Qui siamo nel regno di King con l’arrivo repentino di qualcosa che stravolge il tran tran quotidiano della società americana facendola piombare in uno stato primitivo dove tutto ciò che conta è la sopravvivenza. L’elemento horror è presente solo negli attacchi delle macchine ma senza che questo susciti tremori o tensione. Più che altro si ride per alcune scene assolutamente surreali o per personaggi veramente fuori di testa e fastidiosi come mosche. Diciamo che il buon vecchio Stephen il terrore lo trasmette solo attraverso la pagina scritta ma per un suo cultore la visione di questo film è assolutamente d’obbligo.
VOTO 6
martedì 20 novembre 2012
1 Recensione 22/11/1963–Stephen King
Nonostante il titolo richiami un fatto storico di portata mondiale, ossia l’assassinio di JFK, la storia ha un respiro molto più ampio e ci porta ad affrontare un viaggio avvincente nel passato in compagnia del protagonista del romanzo, un giovane insegnante di nome Jake Epping. Quest’uomo, in cui sarà facilissimo immedesimarsi, non è altri che un onesto professore di provincia, deluso dalla vita e sensibile nei confronti delle persone che vengono trattate con crudeltà dalla gente. Proprio questa sua capacità di condividere il dolore altrui e il desiderio di cambiare ciò che va male, lo porta ad essere un candidato ideale per tornare indietro nel tempo e compiere qualcosa di straordinario: salvare la vita del presidente Kennedy ucciso da un pazzo nella città di Dallas. Questa apparentemente assurda proposta gli viene fatta dal proprietario di un fast food, Al Templeton. Questi ha casualmente scoperto un passaggio spazio temporale nel suo locale e ne ha già usufruito parecchie volte per compiere azioni importanti e non, ma non è riuscito a salvare il presidente, suo obiettivo primario. Una terribile malattia lo spinge a chiedere aiuto al giovane Jake, in quanto ormai a lui restano solo pochi giorni di vita. Jake accetta praticamente subito ma ciò che lo spinge non è tanto il desiderio di salvare Kennedy quanto la possibilità di cambiare in meglio la vita del bidello dalla sua scuola che da bambino era rimasto gravemente ferito in seguito alla strage della sua famiglia nella notte di Halloween. Jake parte senza voltarsi indietro anche perché non c’è niente che lo trattenga nel 2011 e così approda in un istante nel 1958 e inizia la sua lunga avventura che lo tratterrà nel passato per diversi anni.
Il tema del viaggio nel tempo è già di per se stesso appassionante ma se poi lo si unisce alla possibilità di cambiare il futuro allora ecco che diventa praticamente impossibile staccarsi da questo bellissimo romanzo che dimostra come Stephen King abbia ancora molti assi nella manica. Difficile infatti non appassionarsi alle vicende di Jake/George, ai suoi dubbi, alla sua ostinazione nel voler cambiare il destino anche a costo di rischiare la vita. E’ un uomo come tutti noi e infatti a un certo punto l’obiettivo principale della sua missione ossia il salvataggio di Kennedy sembra diventare sempre più pesante e fastidioso rispetto alla vita serena e felice che sta iniziando a vivere nel passato grazie alla conoscenza di nuovi amici ma soprattutto in seguito alla sua relazione con la bella e goffa bibliotecaria Sadie. Jake è diviso tra la promessa da mantenere ad Al e la consapevolezza che potrebbe perdere tutto se decide di portare a compimento l’obiettivo che l’ha portato indietro nel tempo. Ciò che teme è la reazione del passato ai cambiamenti forzati messi in atto da lui stesso, creatura del futuro. Il passato così come ci viene ripetuto spesso nel romanzo è di per se stesso “inflessibile”, cioè non vuole essere cambiato e questo fa sì che sia molto difficile apportare anche il minimo cambiamento in ciò che deve succedere. Più è importante il cambiamento più la reazione del passato sarà violenta. Questo chiaramente porta a tutta una serie di situazioni di tensione che non sempre si risolvono nel modo migliore ed è anche per questo che Jake è costretto a tornare indietro nel suo tempo, per cambiare ancora una volta le carte in tavola e riportare allo stato originario ciò che lui stesso ha cambiato.
Il romanzo ci insegna un dato fondamentale: ciò che ci sembra sbagliato o terribile in realtà ha un suo senso ed è per questo che deve rimanere tale. Se noi potessimo agire sul passato probabilmente apporteremmo dei cambiamenti nocivi nel futuro, persino peggiori di come ci sembrano nel presente, anche se siamo guidati dai migliori sentimenti. E’ il cosiddetto “effetto farfalla” di cui Stephen ci offre un esempio piuttosto catastrofico ma molto credibile. La decisione finale di Jake di tornare definitivamente nel suo tempo abbandonando l’utopia del cambiamento è la scelta più amara possibile ma anche quella più razionale e meno egoistica. In questo modo infatti niente potrà sconvolgere il futuro anche se allo stesso tempo lui perderà per sempre l’amore della sua vita, un amore che si concretizza nelle pagine finali dove Sadie (ormai ottantenne) e Jake si rincontrano nel presente pur non essendosi mai incontrati, un paradosso spazio temporale che però spalanca una finestra su ciò che chiamiamo “amore scritto nel destino”. Sadie sente di conoscere Jake pur non avendolo mai incontrato. Perché? Riflettendoci si arriva alla conclusione che in realtà esistono molti mondi paralleli che lasciano tracce indelebili in chi si è innamorato davvero ma che si è perso nelle stringhe del tempo e dello spazio. Ho trovato tutto questo di una poesia unica così come è nello stile inconfondibile del grande scrittore americano.
Forse l’idea più riuscita è stata la creazione di un fil rouge che unisce la vicenda dell’uomo a quella del grande evento storico, la quotidianità con la storia. Il pretesto dell’assassinio più celebre del secolo scorso ha dato come risultato un romanzo inaspettato e perfetto in ogni sua parte con un’attenzione puntuale sulla ricostruzione di un’epoca lontana sia da un punto di vista sociale che per quel che riguarda il costume, la musica, l’abbigliamento, il linguaggio e molto altro.
Rimane un unico interrogativo: come mai la porta spazio temporale si apriva proprio nel 1958? Non lo sapremo mai.
VOTO 10
mercoledì 20 giugno 2012
0 La bambina che amava Tom Gordon–Stephen King (1999)
La protagonista del romanzo è la piccola Trisha, grande tifosa dei Red Sox e fan accanita del grande lanciatore Tom Gordon. La bambina in gita con la madre e il fratello maggiore finisce per perdersi in un grande bosco del New England da cui riuscirà a uscirne solo dopo più di una settimana, trascorsa nel terrore di essere uccisa da un essere misterioso che continua a braccarla giorno e notte.
Trisha riesce a sopravvivere grazie ad espedienti di ogni genere. Fisicamente l’aiutano gli insegnamenti della madre che la spingono a cercare bacche e felci commestibili con le quali nutrirsi (una volta che ha finito le sue scorte da pic nic consistenti in un sandwich al tonno, dei Twinkies e delle patatine fritte). Spiritualmente invece trae la forza necessaria a non crollare dalle cronache delle partite dei Sox che continua a seguire attraverso il suo fedele walk-man, unica voce nel silenzio secolare del bosco. Quando poi la ragione sta per abbandonarla trova conforto in illusioni dal sapore fanciullesco, come la compagnia immaginaria ma anche molto reale di Tom Gordon che con poche parole la spinge a continuare a resistere perché al nono inning Dio la aiuterà. Trisha ama Tom Gordon in un modo viscerale che va oltre le sue qualità di lanciatore, egli infatti è l’essenza stessa della freddezza prima di un lancio ed è proprio la calma e la fiducia in se stessa che aiuteranno la bambina a salvarsi da morte certa.
Il romanzo è una piccola favola horror. Una rivisitazione in chiave Kinghiana della fiaba di Cappuccetto Rosso e il lupo cattivo dove la bambina riesce a spuntarla grazie alla sua astuzia oltre che all’aiuto propizio e insperato di un cacciatore (in questo caso un bracconiere dall’aspetto poco invitante e ben poco prode). Tutta la storia riflette i pensieri di una bambina di dieci anni, anche se a volte esce prepotentemente la vena mistica di Stephen King, in particolare nella visione delle tre divinità che esternano concetti a dir poco complessi per una ragazzina delle medie (sembra quasi più facile credere che l’apparizione sia reale piuttosto che il frutto dei deliri di Trisha). Lo scrittore però nella sua grandezza riesce con incredibile facilità a farci tornare bambini e a condividere i pensieri e le paure che attanagliano la povera Trisha, pensieri di nostalgia per la quotidianità data per scontata e invece così preziosa, il ribrezzo per aver mangiato un pesce crudo (e difatti Trisha giura a se stessa che mai ne farà parola se mai si salverà), l’attaccamento morboso per oggetti che per un bambino sembrano essere carichi di potere di difesa e protezione come il walk-man e il cappellino con la firma ormai sbiadita di Tom Gordon. Leggendo poi come Trisha finisce per perdersi e allontanarsi sempre più dalla civiltà mi ricorda molto il modo in cui a volte in qualche città sconosciuta invece di tornare sui miei passi finisco per cambiare strada con la certezza che prima o poi rispunterò dalla parte giusta.Trisha si allontana per non essere vista mentre fa la pipì ma in realtà si perde anche per allontanarsi anche solo per un attimo dalle continue discussioni tra sia madre e suo fratello Pete. C’è quindi anche una riflessione sociologica sulla situazione difficile che vivono i figli dei separati. Trisha sa che sua madre è una rompiscatole con la fissazione per le gite fuori porta ma l’accontenta perché sa che quello è il suo piccolo sacrificio per far felice la madre, come è ben consapevole del problema di alcolismo che affligge il padre ma nonostante il suo alito di birra sa che è la persona che ama più al mondo e quella che condivide con lei la passione per il baseball. Tutto questo trova ampio spazio nella vicenda che può essere letta (come spesso accade nei romanzi di King) in due modi diversi: come vicenda reale di una bambina che si perde nel bosco e sopravvive alla fame, alla sete e ad un orso inferocito, oppure come horror con la presenza di esseri sovrannaturali che inseguono o osservano la bambina in attesa di farla propria. In ogni caso sembra evidente la metafora del rito di iniziazione che porta Trisha dalla fanciullezza all’età adulta.
Un romanzo estremamente versatile pur nella sua almeno apparente semplicità.
VOTO 8
martedì 3 aprile 2012
0 L’acchiappasogni–Stephen King(2001)
L’Acchiappasogni è un romanzo prima che un mediocre film ma in realtà non lo si può definire neppure un libro eccezionale, ma solo più che sufficiente. La sensazione forte è che King volesse in qualche modo utilizzare nuovamente una trama con al centro degli amici diventati tali durante la pubertà, così come aveva fatto in modo magistrale con l’insuperato e insuperabile IT. Il tentativo però va a vuoto. Non c’è profondità né spessore, il tutto gira solo intorno alla vicenda centrale che riguarda un ridicolo attacco alieno nel Maine, linfa vitale per l’action movie che ne è scaturito fuori qualche anno dopo. Partiamo comunque dall’inizio: abbiamo quattro amici Pete (venditore d’auto alcolizzato), Jonesy (professore universitario), Beaver (sfaccendato e tormentatore di stuzzicadenti) e infine Henry (psichiatra con tendenze suicide). Questi, come ogni autunno, trascorrono qualche giorno all’Hole in the wall, la baita appartenente da sempre alla famiglia di Beaver, per dedicarsi alla caccia ma soprattutto per suggellare la loro amicizia pluriennale. Non sanno però che la loro vita sta per cambiare per sempre, infatti proprio in concomitanza con il loro soggiorno avviene un attacco alieno rappresentato da una muffa rossastra chiamata byrus e da orrende donnole che si impiantano negli ospiti terrestri facendoli scoreggiare fino al parto finale. Jonesy porta inconsapevolmente uno di questi infettati nella baita provocando così la morte di Beav e la sua trasformazione in Mr Gray, un alieno che ha il progetto di sterminare la razza umana facendo precipitare in un pozzo idrico una delle donnole zannute. Nel frattempo muore in circostanza analoghe a quelle di Beav anche Pete, mentre Henry viene contagiato solo in maniere superficiale. Proprio quest’ultimo intuisce i progetti di Jonesy/Gray e riesce a convincere un soldato americano, Owen (tra quelli presenti nella zona infettata) a mettersi insieme all’inseguimento dell’alieno e diventare così degli eroi. Però per riuscire nell’impresa le loro capacità di semplici esseri umani non è sufficiente, c’è bisogno di un deus ex machina, ossia Duddits, un ragazzo (ormai uomo come tutti loro) con la sindrome di down che per tutta l’adolescenza era stato amico dei quattro ma che per ragioni ignote è stato lasciato al suo destino mentre gli altri continuavano a frequentarsi. Duds è l’acchiappasogni, colui che scaccia il male e tiene uniti gli amici, quello che “vede la riga”, ossia rintraccia tutto ciò che si è perso ma non solo. A questo punto si prospetta un duello finale tra razza umana e razza aliena ma in realtà il finale sembra quasi dirci che è stata tutta un’illusione perché in realtà Jonesy era solo Jonesy e il byrus un’innocua muffa extraterrestre incapace di sopravvivere al freddo.
Questo finale così poco fantascientifico non ci dispiace tutto sommato perché in realtà chi legge King non va alla ricerca di avventure intergalattiche ma in ogni caso fa pensare che l’intenzione dell’autore (in piena convalescenza dopo il brutto incidente accadutogli tempo fa) fosse in sostanza quella di parlare di amicizia e di proporre ancora una volta una città che tutti ricordiamo, Derry, teatro degli eventi terribili riguardanti It (vi sono infatti vari accenni a ciò che accadde a quegli altri amici del gruppo dei perdenti). Io ho letto parecchia amarezza in questo libro soprattutto sulla tematica degli amici che arrivati alla soglia della vita adulta si dimenticano del punto più debole della catena, dell’amico che resterà per sempre bambino mentre loro si formeranno una famiglia o semplicemente diventeranno uomini. Duddits non li ha uniti perché in realtà quando lo hanno conosciuto già si frequentavano, ma è stato capace di dare un po’ dei suoi poteri a tutti loro e soprattutto di renderli meno cinici rispetto a quelli che per loro erano solo dei “rinco”. Nonostante ciò, le loro vite sono molto diverse da quella di Duddits, in quanto i 4 già da anni vanno all’Hole che rappresenta un po’ un rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, e l’unica cosa che si limitano a fare è passare qualche pomeriggio a casa dell’amico per giocare a carte mentre Duddits segna in modo sbagliato i punti facendoli divertire tutti. Non c’è niente più di questo, tanto è vero che con il diploma tutti loro prendono la loro strada finendo per ricordarsi di Duddits solamente in occasione delle feste con l’invio di una cartolina di auguri e soprattutto nel momento del pericolo, in modo piuttosto egoistico. Duddits però non si è dimenticato di loro in quanto a tutti ha lasciato un po’ dei suoi poteri speciali che però in realtà hanno solo accresciuto l’infelicità di alcuni di loro: Pete all’inizio del libro aiuta una ragazza carina a ritrovare le chiavi ma lo fa in uno strano modo che la fa fuggire a gambe levate e così si ritrova per l’ennesima volta solo davanti a troppi drinks, Henry legge la verità nella mente di uno dei suoi pazienti e in un momento di nervoso decide di spiattellare la verità in faccia al paziente che non vuole accettarla con il risultato che questi poco dopo muore e lui inizia a meditare il suicidio. Nel frattempo invece Duddits si è ammalato di leucemia e ha come unica compagna sua madre Roberta, gli altri non lo sanno perché ormai non telefonano e non si fanno più vivi ma lo scoprono alla fine. Tuttavia per loro è un fatto secondario rispetto alla missione di sconfiggere gli alieni e così lo succhiano come un limone perché hanno bisogno per l’ultima volta della fottutissima riga.
Non è un romanzo positivo ma solo una presa di coscienza sull’essere umano che cresce, dimentica e cambia e che riesce a sconfiggere il male solo quando riacquista quell’innocenza e quella purezza che aveva in quell’età meravigliosa e brevissima che sta tra l’infanzia e l’adolescenza. Questo è un tema che ricorre nei romanzi di Stephen King, in particolar modo in It, vera miniera per questo romanzo con poca ossatura e poca chiarezza. Infatti della strana morte di Grenedau non sappiamo niente ma possiamo immaginarci che Duddits abbia voluto realizzare uno dei loro sogni segreti o che si sia semplicemente vendicato nutrendosi del suo odio e di quello dei suoi nuovi amici. Inoltre non mi è chiara la fine un po’ ignominiosa dei due dei quattro e la sopravvivenza di quelli che a mio modo di vedere sono molto vicini alla personalità del loro autore. Mania di protagonismo o vittoria dei cervelli sugli ignoranti? Non si sa. In realtà non colpisce nessun personaggio, o almeno io li ho trovati tutti tagliati con l’accetta e con poche sfumature. Forse la parte più interessante è quella di critica verso l’esercito americano ma è davvero troppo poco per annoverare il romanzo tra quelli migliori del grande King.
VOTO 7
mercoledì 15 febbraio 2012
0 I vendicatori–Stephen King
Il romanzo uscì nell’ormai lontano 1996 contemporaneamente a Desperation. I due romanzi sono strettamente legati, almeno da un punto di vista superficiale: copertine che si fondono per creare un’immagine inquietante, stessi personaggi che però hanno una vita diversa o un aspetto differente, ma soprattutto stesso cattivo di turno ossia Tak, essere indefinito e indefinibile ma sempre pronto a impossessarsi di corpi (umani e non) che prontamente si squagliano perché inadatti a contenere una forza così dirompente.
Stavolta non ci troviamo nello strano paese di Desperation ma in una via sita in un bel quartiere residenziale abitato da quanto di meglio offre il campionario americano: famigliole felici, coppie innamorate, vicini amichevoli e sempre pronti a prestarti una tazza di zucchero o ad organizzare barbecue il giorno del 4 luglio. Però durante un pomeriggio assolato in questo quartiere così perfetto da far stridere i denti accade l’imprevedibile: il ragazzo che porta i giornali viene falciato da un mitra appena spuntato da un incredibile furgone e dopo di lui il cane dei bei gemelli della casa in fondo alla via e poi la moglie fedifraga del povero professore occhialuto e ignaro di avere al fianco una donna infedele (morta infatti senza mutandine). Piano piano molti altri vengono uccisi da furgoni guidati da personaggi impossibili che sembrano avere come scopo quello di sterminare l’intero quartiere. Col trascorrere delle ore e grazie a numerosi flash back capiamo che tutto ciò è la concretizzazione della fantasia di un bambino autistico (Seth) posseduto dal malvagio Tak, ghiotto di spaghetti in scatola e hamburger frollati. Solo Audrey la zia di Seth sa cosa sta succedendo ma non può scappare a meno che non approfitti della momentanea assenza del mostro che la tiene prigioniera nella sua stessa casa, ad osservare impotente come i suoi storici vicini vengano fatti brutalmente fuori senza un preciso motivo, solo per divertimento.
Il romanzo è strano se non proprio strambo, surreale all’inverosimile, talmente tanto da risultare abbastanza indigesto per chi ama la logica tout court. La trama non cattura fino in fondo se non nell’aspetto ansiogeno dato dal rendersi conto di non poter fuggire, essendo semplici marionette nella fantasia malata di un ragazzino posseduto da un antico spirito millenario. Il libro è firmato sotto lo pseudonimo di Bachman il che vuol dire che nella storia non c’è spazio per la misericordia ma solo per la follia, non c’è l’happy end e non si contano i morti (anche se ad essere onesti le morti coinvolgono spesso i personaggi meno amabili quindi risultano quasi confortanti sotto un certo punto di vista). A me il romanzo non è piaciuto particolarmente, sia per la logica mancante sia per il tempo di svolgimento dell’azione, troppo riduttivo racchiudere l’intera vicenda nello spazio di meno di 24 ore. Preferisco i romanzi di più ampio respiro e questo sicuramente non lo è. Inoltre odio non capire i finali e qui ce n’è uno particolarmente illogico. Mah, tra i due preferisco e consiglio Desperation anche se neanche in quel caso possiamo parlare di un capolavoro.
Leggibile ma non memorabile.
VOTO 6,5
venerdì 23 dicembre 2011
2 Mucchio d’ossa (1998)
Mucchio d’ossa è un romanzo di ampio respiro che generalmente viene considerato come la prima opera di King apprezzata dalla critica. Questo è un dettaglio di nessuna importanza per un vero appassionato dell’opera omnia del Genio del Maine che sicuramente annovera questo particolare romanzo tra i fiori all’occhiello della propria libreria dell’orrore. Non è una storia di terrore ma d’amore, di segreti e di fantasmi, sicuramente tre ingredienti appetibili per una fascia ampia di lettori che una volta letta la prima pagina non potranno fare altro che continuare la corsa fino all’ultima pagina, col fiato corto e un po’ di occhi lucidi.
Il romanzo ha al suo centro Mike Noonan, uno scrittore (cosa abbastanza comune nei libri di King) che in un giorno afoso perde la sua adorata moglie Jo, colpita da un infarto mentre usciva da un negozio. Mike smette di scrivere ma soprattutto smette di vivere, incapace di superare il lutto e di riaprirsi al mondo. La notte viene perseguitato da incubi che riguardano la sua villa nel Maine e così, impaurito ma anche incuriosito, decide di tornare al TR per affrontare i suoi timori e con la speranza di ritrovare la sua vena creativa. Una volta arrivato capisce che la casa ha qualcosa che non va, infatti cominciano a manifestarsi episodi sovrannaturali che gli fanno pensare che lì con lui sia presente Jo ma ben presto capisce che in realtà la villa è infestata da presenze a lui ostili. La cosa lo spaventa ma gli dà anche modo di comunicare con la moglie defunta che cerca in ogni modo di fargli capire che intorno alla piccola comunità di villaggio (apparentemente ospitale) c’è un aura malvagia che racchiude un terribile segreto, tenuto tale per 100 anni e trasmesso di padre in figlio come un tacito e tragico patto. Mike capisce che Jo prima di morire (e all’insaputa del marito) era venuta a conoscenza di una storia del passato che l’aveva fatta fuggire e mai più ritornare in quei luoghi prima tanto amati e poi improvvisamente temuti. Nel frattempo Mike conosce Mattie, una ragazza del luogo rimasta anche lei vedova dopo la morte accidentale del giovane marito. Mattie ha una bambina che si chiama Kyra che si affeziona subito a Mike e i tre sembrano aver ritrovato la felicità persa da tempo. Purtroppo nessuno in paese sembra accettare la situazione, soprattutto Max Devore il nonno della piccola che trascina la nuora in tribunale per ottenere la custodia della bambina. Mike a quel punto interviene a difesa delle due e riesce a spuntarla grazie ad un giovane avvocato newyorchese e all’improvvisa morte del vecchio. Le cose però non migliorano se non all’apparenza, infatti la tragedia è alle porte…
Il romanzo come dicevo più su è coinvolgente oltre ogni possibile immaginazione sia perché supportato da una narrazione eccezionale sia perché la storia si svela poco a poco mantenendo sempre alto il senso di attesa e la curiosità di veder svelati i vari segreti disseminati in più parti del romanzo. Si cammina mano nella mano con Mike, con i peli dritti per il suono della campanella di Bunter o per quelli del friggiferogo che continuano a creare messaggi con le calamite, messaggi che solo in parte vengono compresi dallo scrittore. Persino l’improvvisa vena creativa che lo spinge a riutilizzare la vecchia IBM non è altro che un piccolo aiuto della moglie per arrivare alla soluzione. Mike non ci arriva subito perché è un essere umano, è uno di noi. Uno che si spaventa ma che allo stesso tempo ha una curiosità tale che rimane saldamente ancorato ad una casa infestata e pericolosa. Ama la moglie e la moglie ama lui, tanto da proteggerlo come può dal Male che lo vorrebbe portare a compiere un gesto efferato. Jo cerca di fargli sentire la sua presenza nel modo classico dei fantasmi, con spostamenti di oggetti o con l’audio del televisore che improvvisamente si alza, o col suono della campanella dell’alce impagliato che per Mike e Jo era la premessa al fare l’amore. Tutto è amore e morte, ma soprattutto amore. L’amore di una moglie morta prematuramente verso un marito che non riesce a vivere senza di lei, l’amore di una madre verso un figlio barbaramente ucciso che si esplica in una tremenda maledizione secolare, l’amore di una giovane madre per il suo piccolo soldatino.
Ci si può solo commuovere a leggere questo bellissimo romanzo che è anche una storia di fantasmi. Però a differenza di Shining che viaggia più o meno sullo stesso binario, c’è più sentimento e speranza. Il lettore riesce senza problemi a immedesimarsi in Mike, cosa impossibile con Jack Torrance, un uomo violento e con i semi della follia già germogliati prima del suo ingresso nell’Overlook Hotel. Lì c’era la volontà di paralizzare dalla paura il lettore, qui c’è il desiderio più umano di fargli vivere un’avventura con una rete elastica sotto. Nessun pericolo di non dormire più per notti intere ma solo sano desiderio di vedere come va a finire, anzi anche con un certo dispiacere di arrivare all’ultima pagina.
Da un punto di vista tecnico tutto funziona perfettamente, il finale è funzionale alla storia e non lascia l’amaro in bocca così come spesso accade nei romanzi kinghiani. Nessun ragno o creatura ridicola. Tutto è perfetto. Abbiamo un finale sovrannaturale e uno reale, giusto per non dispiacere nessuno. Un romanzo che rimane nel cuore.
VOTO 10
sabato 5 novembre 2011
0 Terre desolate–Stephen King (1991)
Terre desolate è il terzo episodio della serie La Torre Nera ed è un signor romanzo. Certo, un romanzo complesso, intricato, assolutamente incomprensibile per chi non ha seguito il lento e graduale percorso che ha portato alla formazione del Ka-tet composto da Roland di Gilead, Susannah Dean, Eddie Dean, Jake e Oy. Insomma il libro può essere apprezzato solo da chi si è avventurato nello strano mondo del pistolero almeno a partire dal precedente episodio intitolato La Chiamata dei Tre. Se questa conditio sine qua non viene rispettata, allora si è davvero pronti per il lungo viaggio alla ricerca della fantomatica Torre Nera, chiodo fisso di Roland ultimo pistolero in un mondo che è andato avanti, degradandosi, corrompendosi e mostrando un volto sottostante fatto di cimeli del passato, interpretabili come resti di una civiltà del tutto simile alla nostra.
Nel libro precedente tre porte poste lungo una spiaggia popolata da aramostre avevano permesso a Roland di trasportare nel suo mondo il tossicodipendente Eddie e Susannah una ragazza di colore (schizofrenica) costretta su una sedia a rotelle. Entrambi infatti erano funzionali e necessari al pistolero per la sua ricerca della Torre Nera. I due ragazzi newyorkesi venivano da due decenni diversi, Eddie dagli anni 80 e Susannah dagli anni 60. Manca però ancora un personaggio perché il viaggio possa veramente avere inizio, e questi non è altri che Jake, un ragazzino di New York che ha già bazzicato questa strana realtà parallela ma che vive la strana situazione di sdoppiamento data dal fatto di essere morto nel mondo di Roland ma di essere vivo nel suo. Questa follia potrà finire solo nel momento in cui Jake farà ritorno nel Medio Mondo, evento che avviene proprio in Terre Desolate.
L’elemento realmente affascinante di questa serie (andata via via rovinandosi dal quinto episodio in poi) è proprio questo strano collegamento tra il mondo di Roland e la Terra che si manifesta copioso a mano a mano che i tre personaggi provenienti dal nostro pianeta si fondono sempre più col tessuto connettivo del Medio Mondo. Mentre nel secondo episodio i cosiddetti terrestri continuano a stupirsi delle stranezze del mondo del pistolero, in questo libro sembrano ormai aver preso confidenza sia con la desolazione che li circonda sia con il fatto di diventare essi stessi pistoleri e perciò consapevoli di una missione da svolgere, una missione di cui però loro sono solo strumenti e non protagonisti. La ricerca è qualcosa che li affascina ma che non capiscono del tutto, la accettano così come hanno ormai metabolizzato il fatto di non poter mai più tornare indietro alla loro vita precedente. Ormai amano quello strano posto e ricordano con pochi sprazzi di nostalgia la vita nella Grande Mela, pronti a tutto per accompagnare Roland fino alla fine del Vettore. Il viaggio si mostra subito lungo e periglioso e i tre affrontano continui ostacoli guidati solo dal pensiero di andare avanti, succeda quel che succeda.
Il romanzo a differenza del precedente ha parecchie corrispondenze tra i due mondi, alcune davvero fondamentali nella prosecuzione della storia: la Rosa in particolar modo, una rosa che è l’elemento chiave di tutta la serie e che qui viene solo presentata ma di cui si percepisce la grande potenza pur essendo apparentemente solo un semplice fiore in un campo abbandonato di New York. Sono tutti elementi che devono essere tenuti in grande considerazione da chi vuole continuare a leggere la storia perché diventeranno maledettamente complicati nei libri successivi, molto più macchinosi e meno immediati di questo romanzo.
Ciò che colpisce è la grandezza di King nel narrare con semplicità e scorrevolezza un’accozzaglia di assurdità ma che hanno alla fine una logica stringente. Come non capire infatti che la città di Lud non è altro che una New York in un’era post bellica? O che il Medio Mondo potrebbe essere la Terra tra milioni di anni? La serie della Torre Nera nei suoi episodi iniziali, ma soprattutto in questo romanzo, è un’ipotesi su come potrebbe diventare il nostro pianeta dopo una guerra nucleare. Questo ovviamente è il mio parere ma è anche una chiave di lettura tra le mille che si possono trovare. E’ questo il bello di questa fantastica avventura: un intreccio complesso e una ricchezza di simboli strabiliante. C’è tutto: l’ironia, la violenza, l’avventura, la superstizione, la speranza, la rassegnazione. Non manca niente. Non riesco a trovargli un difetto. Mentre La chiamata dei tre era un libro che cercava ancora il contatto con la realtà del nostro mondo, questo invece molla l’ancora e punta verso la follia ed è impossibile non farsi travolgere da questo fiume in piena.
Un gioiello che aveva un grave difetto: un finale in media res. Terribile per chi leggeva il romanzo nella sua prima edizione e doveva aspettare un ipotetico libro futuro (è il mio caso) ma ormai superato dai lettori dell’ultima ora che possono contare su tutta la serie al completo.
VOTO 10
martedì 1 marzo 2011
0 Buick 8 – Stephen King
Ecco un piccolo libro che non ha la pretesa di cambiare il mondo o porsi sul gradino più alto della letteratura americana. E’ un libro semplice (per alcuni anche sempliciotto forse), un libro che si legge tutto d’un fiato e che alla fine dei conti non lascia molto tranne la sensazione di aver letto un buon libro di fantascienza e nulla più. Scritto nel periodo più nero del nostro amato Re (pre e post incidente stradale) si presenta come un prodotto con tutte le carte in regola per allietare il lettore dell’ultim’ora e far sorridere quello più smaliziato e più fedele. La storia è stralunata e semplice allo stesso tempo: una bellissima Buick 8 viene lasciata da un misterioso personaggio ad una stazione di benzina della Pennsylvania e da qui portata alla più vicina Polizia di Stato. I problemi iniziano subito. La macchina non è una vera macchina ma quasi un grosso giocattolone in quanto tutti i comandi sono finti e i copertoni sputano fuori qualunque granello di terriccio o di polvere. In più ogni tanto decide di partorire piccole e grandi stranezze dal bagagliaio chiedendo come ricompensa vite umane o animali capitate inconsapevolmente nelle sue vicinanze e assorbite verso un mondo alieno e sconosciuto. I poliziotti prima si stupiscono, poi si incuriosiscono e infine la prendono come una delle tante magagne del loro difficile lavoro. Un segreto da custodire e da tramandare da poliziotto a poliziotto senza soluzione di continuità.
I difetti sono principalmente due: la traduzione che non è opera del mio amato Tullio Dobner e lo si percepisce dalla totale assenza di ironia e dalla traduzione quasi scolastica e priva di verve. Difetto numero due: l’ambientazione. Si capisce molto bene che King non conosce la Pennsylvania tanto è vero che non la descrive e lo fa volutamente visto che lui stesso ammette di essere totalmente ignorante in materia in quanto da sempre abituato a scrivere del vecchio e a lui caro Maine. Però l’idea del libro è nata lì e come omaggio ha ritenuto necessario trapiantare le radici della storia in questo paese che rimarrà a noi sconosciuto, più una scenografia di cartapesta alle spalle dei protagonisti che uno scenario vero e tangibile.
I personaggi non sono malaccio, forse poco caratterizzati e un po’ troppo dentro alle righe ma tutto sommato non disturbano la storia visto che la protagonista quasi assoluta è Lei, la Buick che quando decide di darsi da fare fa scendere la temperatura e dà vita a un susseguirsi di luci stroboscopiche ed effetti speciali da film di seconda o terza fascia. Graziosissimi i doni che porta dal suo strano mondo: pipistrelli, scarafaggi verdi, terra che puzza e gigli bianchi…ma anche cose più inquietanti e vitali che non svelo per non rovinare la sorpresa a chi ancora deve leggere il romanzo. Certo io qualche spiegazione in più l’avrei messa: che cos’è veramente la macchina? chi è lo strano personaggio che abbandona la macchina e sparisce dopo una fulminea comparsata? cosa ne sarà della Buick quando tutti i poliziotti che se ne sono presi cura moriranno? Forse però a pensarci bene, soprattutto quando si parla di libri di Stephen, la cosa più ragionevole è non avere troppe spiegazioni visto che a volte non tutte quelle che tira fuori dal suo capiente cilindro sono apprezzabili, anzi spesso si rivelano brutalmente deludenti. Il finale aperto in questo caso fa guadagnare un mezzo punto in più al libro, proprio perché ognuno di noi è libero di darsi le risposte che più gli aggradano.
In definitiva un buon libro.
Voto: 7,5
venerdì 21 gennaio 2011
0 Al crepuscolo – Stephen King (2008)
Al Crepuscolo è una raccolta di 13 racconti, la maggior parte dei quali già editi in riviste o come brevi novelle (Torno a prenderti).
Il libro ha pochi meriti e tanti, troppi limiti. Il fatto di utilizzare materiale già edito o risalente alla prima giovinezza del Re, rende questa raccolta un lavoro dozzinale e buono solo per spillare più di 20 euro dalle tasche di chi rientra nella folta schiera dei suoi Fedeli Lettori (che certo non aspettano l’uscita dei romanzi kinghiani in edizione economica).
I racconti passano dal dilettantismo al passabile senza quasi mai toccare l’apice del memorabile. Non troverete niente di equiparabile a raccolte come A Volte Ritornano o Scheletri. Lì c’era voglia di stupire e vera originalità, qui tutto ma proprio tutto richiama romanzi o racconti già letti.
Ma passiamo ad analizzare concretamente i racconti.
1) Willa: storia che svela le sue carte migliori a poche pagine dall’inizio. Il colpo di scena sta tutto lì, nella quarta o quinta pagina, conseguentemente la storia perde mordente quasi subito. Classico tema dei fantasmi ma trattato in salsa Ghost Wisperer…ma ahimè non sarà il solo in questa breve raccolta.
2) Torno a prenderti: donna che corre per sfuggire al dolore della perdita della figlia. Uomo pazzo che la vuole uccidere. Modesto, non del tutto valido, pochi sussulti.
3) Il sogno di Harvey: ecco un racconto che partiva con delle ottime premesse, buon pathos, atmosfera di tragedia imminente e poi puff svanito tutto in un finale aperto. A parte che mi ha ricordato molto ma molto da vicino un altro racconto intitolato “Spiacente è il numero giusto”, ma non si può davvero far finire un racconto con mezza gamba.
4) Area di sosta: classico tema dell’uomo codardo che diventa un vero duro dopo aver preso possesso della sua parte più cattiva. Non vi ricorda forse La Metà Oscura? Anche qui ci si aspetta grandi cose ma non si ottiene nulla.
5) Cyclette: dopo tanto arrancare si arriva finalmente ad un racconto originale, ben scritto e con una buona dose di aspettative, per una volta non deluse. Il finale lascia spiazzati perché è veramente qualcosa che non ti aspetti. Fa riflettere, soprattutto se si è in procinto di fare una dieta o se si è da anni schiavi di regimi alimentari rigidi.
6) Le cose che hanno lasciato indietro: qui invece viene affrontato il tema dell’11 Settembre. Anche qui siamo in presenza di un racconto degno del miglior King. C’è poesia, c’è tensione, c’è sentimento. Un racconto frutto di una riflessione non banale su un evento che ha colpito tutto il mondo.
7) Pomeriggio del diploma: non l’ho capito. Un guazzabuglio privo di senso, fortunatamente di breve durata. Di gran lunga il peggiore dei 13.
8) N.: strano, inquietante, forse un po’ tirato per le lunghe ma sinceramente l’unico che mi abbia creato problemi nel dormire serenamente. Sicuramente troppo ispirato alla mitologia lovecraftiana, perciò a lunghi tratti pesante.
9) Il gatto del diavolo: un brutto racconto, soprattutto perché privo di finale. Deludente ma anche poco pretenzioso perciò tutto sommato dimenticabile in fretta.
10) Il New York Times in offerta speciale: anche questo forse ispirato all’11 settembre. Bello, poetico, se non fosse per un finale che in questo caso è un non finale.
11) Muto: piacevole la costruzione del racconto, per metà racconto nel racconto per metà successione di fatti in tempo reale.
12) Ayana: spiegazione originale di come avvengono i miracoli. Bello soprattutto il modo in cui vengono descritti i rapporti famigliari, sicuramente vicini alla realtà di ognuno di noi.
13) Alle strette: il migliore, la ciliegina su una torta venuta male. Ha ironia, ritmo, angoscia e tutto ciò che serve per chiudere il libro con più soddisfazione di come lo si è aperto. Non salva la baracca ma alza la media generale anche se ricorda molto Il Gioco di Gerald.
Tirando le somme, il libro delude. Si pone come una macchia di sporco su una camicia pulita e per di più griffata. Stephen King certo non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno ma sicuramente dovrebbe mostrare più rispetto verso chi continua a seguirlo in sentieri sempre più impervi. E’ curioso perché negli ultimi anni è riuscito a migliorare nei romanzi lunghi ed è invece peggiorato nei racconti che erano uno dei suoi fiori all’occhiello. Imperdonabile poi il fatto che si tratti di racconti vetusti, brutti anni fa e orrendi adesso, riesumati per mettere insieme 500 pagine.
Voto: 6
lunedì 31 maggio 2010
0 Recensione The Dome Stephen King
Ieri ho finito l’ultima fatica di Stephen, mi è dispiaciuto. Un romanzo così è raro al giorno d’oggi ed è ancor più raro che venga fuori dal mio scrittore preferito, uno che ormai stenta a portare a termine l’OPERA PERFETTA. I suoi ultimi romanzi andavano bene sino al 80% della lettura poi si sgonfiavano miseramente, annientati da finali decisamente poco credibili (due esempi su tutti: Duma Key e La Storia di Lisey).
La Cupola è un romanzo elefante, più di 1000 pagine con decine di personaggi. A guardarlo da fuori ci si spaventa, a guardarlo da dentro con gli occhi che divorano chilometri di pagine, SI GODE di un piacere tantrico. I protagonisti, quelli veri, quelli che catturano la scena, non sono tantissimi ma tutti hanno il loro perchè, persino il piccolo corgi Horace di cui leggiamo i pensieri e l’amore per i pop corn. In questo romanzo si supera il buonismo di kinghiana memoria che vede la sopravvivenza del buono e la morte del cattivo…in questo romanzo crudo e avvincente c’è un numero impressionante di morti, alcune ci fanno esclamare EVVAI, altre ci portano alle lacrime, altre ci lasciano indifferenti. E’ un libro originale e senza un attimo di respiro, ogni pagina porta avanti la storia, senza tempo per riflessioni o flashback, il tempo è il Presente e si vive la tragedia minuto per minuto, sentendo piano piano il respiro corto e i polmoni collassati come se fossimo tutti lì avvolti da questa incredibile calotta trasparente, simili a formiche sotto la lente d’ingrandimento del bambino più grande del mondo. Non è una storia di extraterrestri, non c’è una spiegazione razionale su chi abbia messo la cupola su un paesino del Maine, ognuno può pensare quello che crede. Forse ci sono altri mondi oltre a questo, forse abitati da bambini crudeli che si divertono a vedere che effetto fa imprigionare un micromondo dentro un bicchiere di vetro aspettando che l’aria finisca. Forse la Cupola è la punizione per le colpe dell’uomo e può essere vista come strumento di espiazione e di rinascita per chi riesce a sopravvivere.
Come trovare un difetto ad un romanzo che difetti non ha? Beh, se devo proprio essere cattiva, posso dire che non ho avuto la sensazione che si trattasse di un paese ma di un quartiere molto più piccolo, non ho avuto insomma la sensazione che sotto ci fossero centinaia di persone, ma solo poche decine.
Ma queste sono solo quisquilie rispetto alla perfezione della storia. Del resto non affrontate la lettura pensando che il problema della Cupola sia tutto, quella è solo la cornice, in realtà ciò che conta è la conseguenza di una situazione in cui non c’è via di uscita ma neanche via di entrata per la Legge. Il capetto locale, Rennie, un Berlusconi di provincia, approfitta dell’isolamento dal potere costituito per impadronirsi del paese e dei suoi abitanti circondandosi di giovani scapestrati o nulla facenti, armati di pistola e con il chiodo fisso dello stupro. Una situazione in cui la gente che ha votato Rennie non si rende conto del Male che rappresenta, dove ogni nefandezza viene imputata all’innocente per coprire la verità e le sporcizie del Governo Autarchico e Dittatoriale, insomma a me ha ricordato la realtà politica italiana e questo è un altro punto a suo favore. Peccato che solitamente chi dovrebbe aprire gli occhi sulla realtà non perda tempo a leggere libri ma preferisca Pomeriggio 5 della D’Urso o gli abomini editoriali di Alfonso Signorini.
Il mio consiglio è godetevi questo libro e preparatevi ad un viaggio nel Male più profondo, quello rappresentato dall’Uomo.
Voto 10
venerdì 4 dicembre 2009
0 Recensione Rose Madder
martedì 17 novembre 2009
0 Torno a Prenderti
Un piccolo romanzo che non si può in realtà definire tale viste le dimensioni ridotte. Diciamo un racconto lungo che la Sperling ha furbamente trasformato in soldi spacciandolo per romanzo. Un libro insomma che si potrebbe tranquillamente leggere in due ore, sia per la brevità che per il contenuto concitato e rapido come una coltellata di un pazzo.
Abbiamo una donna, Em, che dopo la morte della sua bambina decide due cose: di iniziare a correre e di lasciare il suo inutile e vuoto marito. Correre è un mantra che la spinge fuori dal dolore, non sa perchè ha iniziato nè perchè lo fa ma sa che l’aiuta. Il marito naturalmente non capisce, come non ha mai capito la sua giovane moglie e lei lo lascia, lui accetta e lei sposta la sua corsa nell’isola di Duma Key, nella villa della sua famiglia di origine.
Nell’isola soggiorna anche un uomo di mezza età che ama portarsi dietro belle ragazze che a un certo punto spariscono misteriosamente. Em un giorno scopre il cadavere di una di queste “nipoti” che spunta fuori dal bagagliaio della macchina e da lì inizia il suo incubo. Una botta in testa e si risveglia legata ad una sedia in balia del pazzo. Appena lui si allontana, lei tenta di liberarsi e a prezzo di un dolore lancinante ci riesce. Da questo momento in poi inizia la sua vera corsa, quella più importante, la corsa della vita…
Questo racconto mi ha colpito non tanto per il nocciolo centrale della storia quanto per ciò che fa da cornice: il grande dolore di una perdita che ti fa reagire in modi che non sempre sono compresi e rispettati dalla gente, soprattutto da quella che in teoria ti dovrebbe volere più bene. La forza che ti si scatena dentro quando sei in una situazione da cui non sembra esserci via d’uscita, quella forza che ti fa pensare che tu ti rialzerai sempre, anche se sei piena di lividi dentro e fuori. E’ qualcosa che ti viene fuori solo quando il mondo che conosci ti ha respinto, solo quando la gente è convinta che fallirai. Quando arrivi a quel punto rimane il tuo istinto di sopravvivenza ed è quello che ti salva il culo. Il tema della corsa è estremamente importante, soprattutto quando inizialmente sembra la cosa più inutile del mondo. Alla fine si scopre che la corsa è tutto. Che quelle mattinate di sudore, di continuo movimento, erano solo il preludio e la preparazione di un progetto più grande.
Io la vita la vedo così. La piccola vaccata, la grande delusione, il gesto che non ti aspetti, la passione che ti nasce per una stronzata che interessa solo a te, la telefonata che non arriva, lo sgambetto di qualcuno, il pullman perso per un secondo, tutto ma proprio tutto porta sempre a qualcos’altro.
Niente accade per caso.
Questo racconto che probabilmente non aveva l’intento di far trapelare tutta sta filosofia, a me ha ispirato questi pensieri.
Il contenuto vero e proprio è poca cosa: il solito topos del pazzo assassino e del prigioniero che deve fuggire. Le battute finali meritano una buona valutazione perchè l’ansia sino a quel momento sotto lo zero, inizia a salire di qualche gradino senza mai raggiungere le vette di altri racconti o romanzi.
Se siete appassionati del Re, non potete evitare di comprarlo, se invece siete dei lettori estemporanei potrete facilmente scartarlo e acquistare per esempio il Gioco di Gerald, sicuramente un gioiello che ha molto in comune con Torno a Prenderti ma che gli è nettamente superiore sotto tutti i punti di vista.
Il mio voto è 6.
sabato 14 novembre 2009
0 Quattro Dopo Mezzanotte - Parte Uno
I LANGOLIERI
La prima novella contenuta in Quattro Dopo Mezzanotte è I Langolieri. La trama è semplice e intrigante. Siamo nel bel mezzo di un volo aereo che sta portando vari passeggeri a boston ma succede qualcosa nel bel mezzo della tratta: centinaia di passeggeri spariscono lasciando come unica traccia di sè oggetti metallici, portafogli e perchè no? parrucche. gli unici rimasti sono i pochi che si sono addormentati. tra di essi fortunatamente c’è un pilota in borghese. fortunatamente perchè sono spariti anche coloro che pilotavano l’aereo, comprese le hostess. l’unica cosa che rimane da fare è atterrare nel più vicino aeroporto per fare rifornimento e cercare aiuto. viene scelta come meta bangor. atterrati capiscono subito che c’è qualcosa che non va: nessun essere umano, un silenzio innaturale, il cibo sa di cartone, i fiammiferi non si accendono. inoltre uno strano rumore sta sopraggiungendo da distanze sempre più vicine. un rumore di masticamento. sono i langolieri. come poter ripartire se il combustibile non sembra funzionare in questa strana dimensione?
commento: la novella ha un’originalità tale da renderla appetitosa sin dalla prima pagina. una trama che non ti aspetti con numerosi colpi di scena, alcuni un po’ telefonati, altri sicuramente degni del re. i personaggi sono tutti stereotipati ma rendiamoci conto che tutto sommato si tratta di un racconto, seppur lungo. un racconto che tra l’altro ha qualcosa che ricorda i più classici canovacci dei film horror : il superuomo un po’ stronzo, la donna piagnucolosa, i due ragazzi che si innamorano e la mente superiore che risolve le situazioni con l’aiuto della sua enciclopedica cultura. io ho trovato dinah, la piccola cieca, di un odioso fuori dal comune ma mi rendo conto che senza di lei e senza le sue catastrofiche sensazioni, forse sarebbe mancato qualcosa all’intreccio. rappresenta sicuramente uno dei topos di stephen king: il personaggio in contatto con il mondo sovrannaturale che si fa da tramite tra quest’ultimo e l’uomo. il finale lo si può interpretare in vari modi ma non aggiungo altro per non guastare la sorpresa. piccola curiosità: da questa novella hanno tratto un film per la televisione che lascia alquanto a desiderare. leggetevi il libro e statene alla larga.
finestra segreta, giardino segreto
mort rainey è uno scrittore di discreto successo che vive in una casa sul lago. vive solo perchè la moglie amy l’ha lasciato per un giovane agente immobiliare. lui li ha scoperti a letto insieme in un motel e da quel momento la sua vita è crollata. ha perso la sua vena creativa, dorme tutto il giorno e i suoi rapporti sociali sono ridotti all’osso. un giorno bussa alla sua porta uno strano personaggio, john shooter, un campagnolo che lo accusa di aver copiato un suo vecchio racconto e pretende che lui riconosca il plagio. inizialmente mort non prende la cosa sul serio ma quando l’uomo inizia a mostrare la sua pericolosità, decide di affrontarlo per dimostrare l’'autenticità della sua creazione letteraria. ormai nella sua vita, nella sua mente, esiste solo l’orgoglio di uno scrittore sull’orlo del fallimento. inizia da quel momento una spirale di sangue e follia.
commento: per chi conosce stephen king la trama non può non ricordare la metà oscura, edito esattamente un anno prima. a parte questa strana analogia (quasi un plagio di se stesso, per restare in argomento e per mischiare la finzione con la realtà) devo dire che questo racconto ad una prima lettura non mi aveva colpito più di tanto, anzi l’avevo trovato un po’ lento e quasi banale. rileggendolo di recente ho scoperto una novella che si presenta come un ottimo soggetto per un thriller da trasporre su pellicola. cosa che infatti è stata fatta (secret window 2004) e che ho mancato di vedere. la trama apparentemente è semplice e lineare: un pazzo minaccia un uomo di successo. ma in realtà chi è il pazzo? questa è la chiave di tutto. in realtà si tratta della descrizione a scatole cinesi dello sviluppo della pazzia in un uomo che non è mai riuscito a superare un errore commesso in gioventù. un errore veniale che ha poi influenzato tutta la sua vita portandolo all’autoflagellazione finale. è un racconto lucido e ben scritto. consigliato.
lunedì 8 giugno 2009
0 Recensione Cell, Stephen King (2006, 503 p)
giovedì 23 aprile 2009
3 Recensione Duma Key-Stephen King
venerdì 10 ottobre 2008
0 LA CASA DEL BUIO
Oggi dopo un bel po' di tempo io e te siamo arrivate alla fine di questo mastodontico libro. Beh l'inizio è stato interessante con quell'inaspettato uso del tempo presente che dava quasi l'idea di stare lì a spiare dal buco di una serratura a osservare le vicende di questa strana cittadina in via di disfacimento. Diciamocela tutta..questo libro promette ma non mantiene anche se il doppio finale è una buona trovata e in certa misura sorprende. Sai io non sono riuscita ad affezionarmi a questi personaggi, ho trovato il protagonista come un uomo pieno di sè e megalomane. E poi il signor Munshun che viene descritto come una creatura infernale e invincibile alla fine è una faccia con 2 gambette corte che viene annientato con un raggio partito da una mazza da baseball con l'aggiunta di un cazzottone sferrato da un panzuto motociclista fabbricatore di birra e filosofo in incognita. Cavoli mi son detta..questo è il classico finale alla Stephen..una boiata formato famiglia. Lo stile comunque è sempre impeccabile e coinvolgente se non fosse per l'uso onestamente fastidioso di neologismi quali DIN TAH OPOPANAX E GORG. Mi sono comunque divertita molto a leggere la scena della putrefazione di Mouse, come al solito abbiamo trasformato un episodio drammatico in una cosa demenziale.
Il mio voto è 5
