venerdì 21 gennaio 2011

0 Al crepuscolo – Stephen King (2008)

Al Crepuscolo è una raccolta di 13 racconti, la maggior parte dei quali già editi in riviste o come brevi novelle (Torno a prenderti).

Il libro ha pochi meriti e tanti, troppi limiti. Il fatto di utilizzare materiale già edito o risalente alla prima giovinezza del Re, rende questa raccolta un lavoro dozzinale e buono solo per spillare più di 20 euro dalle tasche di chi rientra nella folta schiera dei suoi Fedeli Lettori (che certo non aspettano l’uscita dei romanzi kinghiani in edizione economica).

I racconti passano dal dilettantismo al passabile senza quasi mai toccare l’apice del memorabile. Non troverete niente di equiparabile a raccolte come A Volte Ritornano o Scheletri. Lì c’era voglia di stupire e vera originalità, qui tutto ma proprio tutto richiama romanzi o racconti già letti. 

Ma passiamo ad analizzare concretamente i racconti.

1) Willa: storia che svela le sue carte migliori a poche pagine dall’inizio. Il colpo di scena sta tutto lì, nella quarta o quinta pagina, conseguentemente la storia perde mordente quasi subito. Classico tema dei fantasmi ma trattato in salsa Ghost Wisperer…ma ahimè non sarà il solo in questa breve raccolta.

2) Torno a prenderti: donna che corre per sfuggire al dolore della perdita della figlia. Uomo pazzo che la vuole uccidere. Modesto, non del tutto valido, pochi sussulti.

3) Il sogno di Harvey: ecco un racconto che partiva con delle ottime premesse, buon pathos, atmosfera di tragedia imminente e poi puff svanito tutto in un finale aperto. A parte che mi ha ricordato molto ma molto da vicino un altro racconto intitolato “Spiacente è il numero giusto”, ma non si può davvero far finire un racconto con mezza gamba.

4) Area di sosta: classico tema dell’uomo codardo che diventa un vero duro dopo aver preso possesso della sua parte più cattiva. Non vi ricorda forse La Metà Oscura? Anche qui ci si aspetta grandi cose ma non si ottiene nulla.

5) Cyclette: dopo tanto arrancare si arriva finalmente ad un racconto originale, ben scritto e con una buona dose di aspettative, per una volta non deluse. Il finale lascia spiazzati perché è veramente qualcosa che non ti aspetti. Fa riflettere, soprattutto se si è in procinto di fare una dieta o se si è da anni schiavi di regimi alimentari rigidi.

6) Le cose che hanno lasciato indietro: qui invece viene affrontato il tema dell’11 Settembre. Anche qui siamo in presenza di un racconto degno del miglior King. C’è poesia, c’è tensione, c’è sentimento. Un racconto frutto di una riflessione non banale su un evento che ha colpito tutto il mondo.

7) Pomeriggio del diploma: non l’ho capito. Un guazzabuglio privo di senso, fortunatamente di breve durata. Di gran lunga il peggiore dei 13.

8) N.: strano, inquietante, forse un po’ tirato per le lunghe ma sinceramente l’unico che mi abbia creato problemi nel dormire serenamente. Sicuramente troppo ispirato alla mitologia lovecraftiana, perciò a lunghi tratti pesante.

9) Il gatto del diavolo: un brutto racconto, soprattutto perché privo di finale. Deludente ma anche poco pretenzioso perciò tutto sommato dimenticabile in fretta.

10) Il New York Times in offerta speciale: anche questo forse ispirato all’11 settembre. Bello, poetico, se non fosse per un finale che in questo caso è un non finale.

11) Muto: piacevole la costruzione del racconto, per metà racconto nel racconto per metà successione di fatti in tempo reale.

12) Ayana: spiegazione originale di come avvengono i miracoli. Bello soprattutto il modo in cui vengono descritti i rapporti famigliari, sicuramente vicini alla realtà di ognuno di noi.

13) Alle strette: il migliore, la ciliegina su una torta venuta male. Ha ironia, ritmo, angoscia e tutto ciò che serve per chiudere il libro con più soddisfazione di come lo si è aperto. Non salva la baracca ma alza la media generale anche se ricorda molto Il Gioco di Gerald.

Tirando le somme, il libro delude. Si pone come una macchia di sporco su una camicia pulita e per di più griffata. Stephen King certo non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno ma sicuramente dovrebbe mostrare più rispetto verso chi continua a seguirlo in sentieri sempre più impervi. E’ curioso perché negli ultimi anni è riuscito a migliorare nei romanzi lunghi ed è invece peggiorato nei racconti che erano uno dei suoi fiori all’occhiello. Imperdonabile poi il fatto che si tratti di racconti vetusti, brutti anni fa e orrendi adesso, riesumati per mettere insieme 500 pagine.

Voto: 6 

       

giovedì 13 gennaio 2011

0 Buon Compleanno a me!!!

Col passare degli anni mi sono fatta una ragione del fatto che pochissima gente si ricorda del mio compleanno, il che da una parte è positivo perché fa passare sotto silenzio quel 3 davanti al secondo numeretto, ma d’altra parte la ritengo una puttanata bella e buona.

Cacchio io mi ricordo di tutti i compleanni delle persone a cui voglio bene e pure di alcune di cui non me ne frega più niente. Ho la memoria di un dannato elefante e penso che non ci sia niente di peggio della memoria a breve termine.

BUON COMPLEANNO A ME E UN GRAZIE GRANDE GRANDE A CHI SI è RICORDATO, VI VOGLIO BENE E A QUALCUNO LO AMO PURE :)))

mercoledì 22 dicembre 2010

1 Maison Ikkoku (Cara Dolce Kyoko)

Questo meraviglioso anime è andato in onda in Italia nel lontanissimo 1991 e da allora si sono perse le tracce, a mio modo di vedere per misteri imperscrutabili visto che si tratta di un vero e proprio capolavoro opera della grande Rumiko Takahashi, autrice anche del più conosciuto E’ quasi magia Johnny (nell’originale Orange Road). Maison Ikkoku si compone di 96 episodi e racconta la storia (che si svolge in pieni anni 80) tra lo studente universitario Godai e la giovane vedova Kyoko, amministratrice della Maison Ikkoku, un modesto alloggio che ospita oltre a Godai anche la pettegola Ichinose, lo schietto e dissacrante Yotsuya e la rossa Akemi. Altri personaggi ruotano intorno ai protagonisti tra i quali l’aitante maestro di tennis Mitaka, la nonnina di Godai e il suo migliore amico Sakamoto. Inutile dire che si tratta di una storia che mescola sapientemente romanticismo ed equivoci a non finire. In molte puntate si passa dal riso al pianto grazie anche ad un’atmosfera capace di far commuovere anche solo attraverso uno sguardo o un gesto. Come nella migliore tradizione nipponica, tutta la storia si sviluppa gradualmente finendo per avere progressi veramente importanti solo nelle ultime 10 puntate. Insomma chi cerca il bacio deve aspettare e aspettare perché la serie rispetta molto quelle che sono le tradizioni nipponiche in materia sentimentale, ossia un lunghissimo corteggiamento per arrivare ad un singolo bacio, preludio di una richiesta di matrimonio. A noi occidentali tutto questo appare come qualcosa di inconcepibile ma chi ama questo cartone sa che tutto è funzionale alla storia.

Un grosso difetto è da imputare al doppiaggio, perfetto per le prime 50 puntate o giù di lì e poi terribile in quella che è alla fin fine la parte più importante. I doppiatori cambiano e si fa estrema fatica ad accettare le nuove voci, spesso troppo caricaturali e inadatte ai vari personaggi. Oddio verso la fine ci si abitua anche ma sarebbe comunque stato meglio non cambiare doppiatori. Altro difetto a mio parere abbastanza evidente, è il fatto che non si è tenuto in alcun modo conto di una delle puntate centrali (per me la più bella), una puntata che dava ad intendere che da lì in poi le cose tra Godai e Kyoko sarebbero iniziate a farsi più interessanti. Parlo della numero 40. In realtà poi è come se non fosse successo niente e si torna punto e a capo. Nonostante ciò si tratta sempre di una bellissima serie totalmente snobbata dalle reti nazionali e dalle principali reti private, relegata su canali locali dove spesso e volentieri venivano saltati episodi o cambiati orari. Non ci sarebbe neanche niente da censurare in un anime che come accennavo prima è il trionfo del tradizionalismo e delle consuetudini famigliari a livello di relazioni sentimentali. L’unica concessione alla trasgressione sono i numerosi festini a base di sakè e birra del malefico trio formato da Ichinose, Achemi e Yotsuya.

In una parola: imperdibile.

Voto: 9,5  

mercoledì 15 dicembre 2010

0 Berlusconi salvo per 3 voti!

sabato 11 dicembre 2010

0 Viaggi organizzati: fregatura

A volte capita di sbagliarsi e di vedere onestà dove non ce n’è. Troppo buoni o troppo ingenui? L’anno scorso avevo vissuto una bella esperienza in Germania in occasione dei Mercatini di Natale, un viaggio deciso quasi all’ultimo e a scatola chiusa visto che non conoscevo il Tour Operator in questione. Essendomi trovata bene, ho malauguratamente deciso di ritentare la fortuna, stavolta per un viaggio a Bruxelles, sempre in occasione dell’Immacolata. Premetto che si tratta di un’atipica agenzia di viaggi di Carbonia che organizza viaggi in cui sono presenti i referenti, ossia il patron e consorte. Da un certo punto di vista la cosa conforta ma quando si presentano problemi che poi non vengono risolti tutto diventa spiacevole come non mai. Pensare che l’unica nota negativa dell’anno scorso era stata l’età media (abbondantemente sopra le 50 primavere)! Quest’anno invece ho proprio l’imbarazzo della scelta.

1) Albergo: Hotel Bedford a Bruxelles. Un 4 stelle che ne merita forse mezza. Arredamento anni 70, moquette macchiata, lavandino macchiato, materassi infossati, coperte militari dure ruvide e pesanti, televisore a tubo catodico che non prendeva neppure un canale italiano, chiavi magnetiche difettose, wireless solo ed esclusivamente al piano terra e due misere postazioni internet (sempre occupate anche da personale di servizio), maleducazione del personale addetto alla reception (soprattutto una giovane stronzetta dall’espressione sarcastica mentre esponevamo le nostre sacrosante rimostranze), cibo perlopiù congelato.

2) Mercatini di Natale NON PERVENUTI. Sappiate in partenza che non esistono mercatini di Natale credibili in Belgio, nonostante l’enorme pubblicità che si può trovare online. E’ tutto a uso e consumo dei pochi turisti. Nessuna atmosfera natalizia paragonabile alla Germania o all’Austria. Bancarelle con roba dozzinale e cibo internazionale (a parte le ostriche con champagne e i waffle). Illuminazioni ridicole e sparute, tristezza generale e niente per cui valga la pena di visitare questa nazione nel periodo delle feste natalizie.

3) Mancia di 10 euro richiesta dal capogruppo praticamente a viaggio non ancora iniziato. Mancia per autisti, camerieri e guida. Onestamente sono abituata a scegliere autonomamente quanto e se dare, inoltre mi aspetto che tali richieste siano fatte quando il viaggio è in via di conclusione e quando quindi ho avuto ampiamente modo di stabilire (almeno per la guida) se il servizio meriti un extra così generoso. Considerato poi che eravamo almeno 40, tirate voi le somme. Inoltre la consegna dei denari non è neppure avvenuta davanti ai nostri occhi quindi per me non è chiaro se i soldi siano poi arrivati a destinazione.

4) Costo del viaggio eccessivo. 750 euro per 4 giorni senza contare le bibite e le spese che fanno lievitare il tutto a quasi 1000 euro. Il prezzo di una crociera di una settimana. Il tutto però viene presentato come ultra conveniente, tanto da pensare di organizzare una settimana con Costa Crociere con tutte le escursioni auto gestite. Ovviamente spacciato come economico rispetto all’organizzazione Costa, peccato che quest’ultima offra un ventaglio ampio di possibilità di escursioni per ogni singolo giorno e non ti costringa a scegliere la cena delle 19 o delle 21 per compattare un gruppo. E soprattutto eviti di chiederti 300 euro come supplemento singola (cabina interna).

5) Ristoranti da mani nei capelli. Si può onestamente pensare di prenotare a Bruxelles un ristorante chiamato La Capannina, con cucina italiana e personale musulmano? Sistemati in uno stretto corridoio in balìa delle correnti nordiche, con un piatto di pasta al sugo e un tiramisù (scadente). Altra scelta azzeccata quella di Babylos a Liegi: cameriera con capelli lunghi e scarmigliati (sempre ad un millimetro dal piatto), tentativo di imbroglio sul prezzo delle bibite (chiaramente non esposto in nessun menu), secchiellino della lavastoviglie sul tavolo per prendere il proprio cucchiaino.

6) Guida ottantenne, con tremore di Parkinson, maleducata e tirchia (con i soldi degli altri). Questo vecchio belga, ma veramente vecchio, in 3 giorni ci ha fatto visitare solo chiese. Unico museo, quello di Storia Militare, perché gratis e con i bagni. Vi lascio immaginare l’interesse generale per 800 spade tutte uguali e cappelli col pennacchio, per l’allarme dello sgancio bombe ogni 5 minuti e in definitiva per il meno interessante dei 100 musei presenti a Bruxelles. L’Agnello Mistico rimarrà sempre un mistero visto che era a pagamento e perciò non meritava uno sguardo neanche di sfuggita. Il vecchio inoltre parlava solo per i 4 o 5 che aveva vicino dimenticando la regola base della Brava Guida che impone di aspettare anche l’ultima delle pecorelle smarrite prima di dire Bha. Nonostante le tante rimostranze ha fatto solo spallucce e ha continuato a fottersene, con in tasca parte dei miei 10 euro. Anche in questo caso poco o nulla è stato fatto per risolvere la questione, che non spetta e mai deve spettare al cliente ma sempre e solo all’organizzatore.

In conclusione sono tornata a casa con il portafogli più leggero e l’umore più nero con la consolazione però di uno zaino rosso che non regalerei neppure al mio peggior nemico e con la promessa di 50 euro di sconto sul prossimo immaginario viaggio con un Tour Operator di cui per decenza e onestà intellettuale nasconderò il nome.        

sabato 27 novembre 2010

0 Tutto l’amore che c’è (2000)

Tutto l’amore che c’è è un film di Sergio Rubini. Si svolge negli anni 70, nella provincia barese e vede come protagonisti un gruppo di ragazzi dai 16 ai 30 anni che cazzeggiano da mattina a sera in attesa forse di niente forse semplicemente di un’occasione che li porti lontano da quella realtà periferica. C’è chi studia da avvocato e ha una ragazza fissa praticamente da sempre, c’è chi non ha voglia di studiare, chi suona in un gruppo e chi semplicemente trascorre le giornate a fare battute. Un giorno arrivano in paese tre belle e disinibite ragazze della provincia di Milano e tutto cambia. Chi pensava di essere innamorato si scopre in realtà attratto da queste ragazze così libere, così poco provinciali e tanto diverse dalle loro fidanzate storiche. Scoprono il piacere di una spaghettata a mezzanotte e di una casa dove i genitori non rompono mai, ma anzi incoraggiano i proprio figli a socializzare, pazienza se sono le 3 di notte. Come non preferire una donna che si concede senza tanti problemi ad una che aspetta il matrimonio e nel frattempo ti lascia in stand by mettendoti una mano nella patta a pochi metri dalla madre? Come non preferire la bella milanese con gli occhi chiari e il viso d’angelo a quella semplice ragazza di paese con cui passi i pomeriggi a letto a scherzare e a fare l’amore (quell’amore che ti fa dire “ti amo con tutto l’amore che c’è”) ma che rappresenta quel chiodo pesante che ti incatena ad una realtà troppo stretta?

Tutto però non è così facile come sembra e la tragedia o la presa di coscienza è proprio dietro l’angolo. L’occasione per andare via c’è ma non tutti la colgono: tanti anni di abitudine e routine sono più gestibili di un punto di domanda a pochi metri da te e così si rimane ad affrontare il male minore. Solo chi non ha niente da perdere capisce che l’unico modo per essere veramente felice è spezzare invisibili catene e andare via.

Questo film offre spunti interessanti sotto molti punti di vista, ma soprattutto regala uno spaccato sempre attuale della vita di provincia. Racconta il passaggio da una vita monotona ad una che regala sorprese ogni giorno, la prima sigaretta, la prima volta, la voglia di conoscere qualcosa di nuovo, il modo di vedere tutto ciò che sta 10 km lontano dal tuo paese come il Mondo, un Mondo che si invidia e un po’ si teme. Milano come la città della ricchezza, della moda e del benessere e conseguentemente le ragazze settentrionali come portatrici di nuova linfa in un paese di vecchi. Tutto sembra girare molto intorno al sesso ma in realtà seppure ci sia molto sesso, il regista sembra utilizzarlo come uno strumento per far capire quanto sia in realtà vissuto come uno dei pochi modi (insieme ad una birra nel bar di paese) per sentirsi vivi.

Ho trovato particolarmente bella la storia della ragazza (di cui mi sfugge il nome) sinceramente innamorata di Nicola. Una ragazza di paese che però ama la vita e non porta rancore nonostante il tremendo dolore di vedere il proprio ragazzo a letto con un’altra donna forse più bella, più appariscente, più cittadina ma più vuota e facile. E’ il personaggio che cambia le carte in tavola proprio nel momento in cui tutti si sentono pronti per mollare la vecchia vita e passare ad una nuova. Segna il passaggio dalla spensieratezza all’età matura.

Un ottimo film.

Voto: 8  

mercoledì 24 novembre 2010

0 X-Factor 4. Pagelle Finale

DAVIDE: non vince ma arriva secondo, un po’ come capita sempre a tutti i concorrenti della categoria capitanata dalla Maionchi. Una sua vittoria non avrebbe destato scandalo visto che il ragazzo (appena diciassettenne) ha un talento e una timbrica eccezionali oltre che estremamente rari. Il suo graffiato ha colpito dal primo provino, ha sempre cantato bene sebbene non sempre sia stato capace di trasmettere emozioni, ma è giovane e si farà. Ieri è stato alquanto svantaggiato dal duetto con Renga che ha pensato bene di cantare 3/4 di canzone lasciando a Davide quel che restava, cioè niente. Per il resto non ha brillato come è avvenuto in altre puntate, forse per la troppa emozione. Nonostante ciò il suo inedito l’ha cantato bene e ha confermato il fatto che sarà uno dei più richiesti in radio, sperando che nel frattempo possa mettere in cantiere il suo primo album (di inediti e non di cover). Il mondo della discografia ha solo un compito, quello di esaltare le sue potenzialità e gestire la sua carriera in modo consono al suo talento. Non buttiamolo via. Infine, ho trovato penoso il fatto che come era successo per Ruggero, non ha potuto vivere il momento del ballottaggio finale. Aboliamo questa legge o limitiamola ai bambini, altrimenti poniamo come limite i 18 anni per partecipare alle trasmissioni. Voto finale: 7

NATHALIE: è stata la sua serata. Ha vinto meritandolo e dimostrando un carattere e una sicurezza che spazza via qualunque possibile dubbio sulla sua vittoria. E’ meritata e sacrosanta e lo dice una persona che, sbagliando, le ha spesso dato voti mediocri. Ieri si è espressa in modo eccezionale, duettando alla pari con Skin e offrendo esibizioni di altissimo livello. L’inedito continua a essere bellissimo e coinvolgente. Raramente mi è capitato di sentire un brano nuovo che mi colpisse e mi emozionasse in questo modo. La sensazione è che questa ragazza possa davvero diventare una certezza nel nostro panorama musicale, capace di alzare il livello di un mercato discografico dominato da cantanti di plastica, meri esecutori di brani scritti da altri, prodotti di trasmissioni usa e getta. In bocca al lupo Nathalie! Voto finale: 9

NEVRUZ: ecco la nota dolente di questa edizione. Ieri ha confermato ciò che si avvertiva già da un paio di settimane: si è sgonfiato e ridimensionato. Il suo grave errore e continuerò a ripeterlo anche stavolta, è stato non aver avuto il coraggio ( o chissà forse il permesso) di portare qualcosa di suo. Alla fine, il suo inedito continua a sembrare un plagio, continua a non piacermi e soprattutto continua a ridicolizzare la sua persona. Non penso che qualche casa discografica gli offrirà qualcosa di buono. Si è giocato le major (perché non ha vinto) e ancor peggio si è giocato le etichette indipendenti che dopo la scelta dell’inedito preferiranno sicuramente rivolgersi ad artisti meno commerciali e meno inclini alla prostituzione musicale. Forse il termine è un po’ forte ma non ne trovo un altro per sintetizzare l’atteggiamento remissivo e da scimmietta ammaestrata di Nevruz. Era il mio preferito ma nella vita e nei giudizi bisogna essere sempre obiettivi. Ritornando a ieri, il duetto con Zampaglione è stata una gara a chi steccava di più, tutto il resto è noia, maledetta noia. Esce prima dell’ultima manche senza tante storie, consapevole di non aver più assi da giocare. Voto finale: 5

 

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