giovedì 25 ottobre 2012

0 Come d’incanto (2007)

Trama: Andalasia mondo delle fiabe. Giselle è una ragazza in cerca dell’amore del principe dei suoi sogni, Edward, ma la matrigna del giovane non può permettere che i due si sposino e così spedisce la giovane donna nel mondo reale facendola precipitare in un pozzo che sbuca a New York…

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Immaginate una bellissima torta ricoperta di panna montata e fragole. Esteticamente perfetta e il gusto? Buono, ottimo, ma solo se non ne fai indigestione perché allora diventa immediatamente stucchevole e nauseante.

Questo film è una di quelle pazzesche creazioni dolciarie americane che a prima vista ti sembrano il massimo ma che nella sostanza mancano di sapore o che al contrario sono troppo piene di ingredienti che le rendono pesantissime. Non si tratta di un brutto film, anzi. Una bambina lo troverà magnifico e magico, così come tutte quelle persone che amano il romanticismo e si beano di canzoni dolciastre e situazioni amorose. Per tutti gli altri sarà solo il classico film che mescola animazione a personaggi reali (di recente un esempio mediocre è stato offerto da I Puffi per esempio). Non rimane impresso se non per l’incredibile somiglianza tra i personaggi del cartone animato e gli attori su cui sono stati ricalcati (tutti con dei tratti effettivamente fiabeschi).

Molto carine poi tutte quelle gag che prendono in giro gli elementi tipici di alcune celebri fiabe disneyane, vedi per esempio il momento in cui Giselle per fare ordine nella casa di Robert canta e richiama tutti gli animali urbani (tutti evidentemente lontani dalla tradizione dei boschi delle fiabe: blatte, topi di fogna, piccioni). Molto brava poi la protagonista Amy Adams che ha studiato molto bene i movimenti e la gestualità di tutte le principesse dei cartoni animati e li ha riprodotti in modo pressoché perfetto.

Insomma il film è carino ma niente per cui strapparsi i capelli,

VOTO 6,5

sabato 20 ottobre 2012

0 5 bambole per la luna d’agosto (1970)

Trama: un gruppo di ricconi con mogli discinte decide di trascorrere qualche giorno in una villa situata in un’isola deserta. Non sanno che tra poco li raggiungerà la morte nelle vesti di un misterioso serial killer…

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Il film è diretto dal maestro del thriller Mario Bava che in seguito pare abbia dichiarato il suo odio proprio per questa inverosimile pellicola.

Penso che questo tipo di film abbia bisogno di un approccio rilassato e di larghe vedute da parte dello spettatore nel senso che chiaramente è meglio non farsi circuire dalla dicitura thriller affianco alla descrizione del film perché chiaramente si rimarrebbe parecchio delusi. Ormai siamo abituati ad un genere thriller che presenta un intreccio fortemente logico e ad incastro perfetto…per farla breve tutto ciò che capita all’interno della storia ha un suo senso preciso che seppur imperscrutabile all’inizio diventa chiarissimo sul finale. In questo caso tutte queste norme vengono meno per lasciar spazio ad una trama che presenta molte falle e che proprio per questo motivo spinge lo spettatore a perdere interesse dopo poche sequenze.

Ricordiamoci però in che anni siamo. Gli anni 70 sono quelli che vedono spopolare al cinema la commedia all’italiana fatta di seni al vento, belle forme e donne truccatissime e disponibili. Questi elementi trovano ampio spazio all’interno di 5 bambole per la luna d’agosto. Non mancano le allusioni sessuali, la donna oggetto ma anche la donna cacciatrice e persino la relazione lesbo (anche se quest’ultima è solo accennata in una sorta di via di mezzo tra l’idea di trasgressione e la paura della censura). In mezzo a tutto questo trova spazio tutta una serie di elementi gialli e horror come le uccisioni violente, il sangue e i corpi dei cadaveri appesi a ganci nella cella frigorifera proprio accanto ad un grosso quarto di bue. Siamo insomma nell’ambito del trash più puro ed è proprio questo che rende questo film un piccolo cult movie per gli appassionati della cinematografia italiana anni Settanta. I mezzi erano pochi, il cast è rappresentato da un gruppo di volti poco noti se escludiamo Edwige Fenech per una volta lontana dalla commedia sexy (eppure vicinissima proprio per gli elementi di cui sopra), nessuno spicca e tutti compiono azioni illogiche. In fondo è divertente e rappresenta un esperimento curioso e a suo modo autoironico perché davvero non si può credere che il creatore della sceneggiatura (Mario di Nardo)ritenesse razionale ciò che aveva scritto a meno che non fosse in preda ai fumi dell’alcol.

La regia insiste molto sui primissimi piani e sulle zoomate in avanti e indietro, scelta stilistica che genera solo un forte senso di nausea (siamo lontanissimi dalla suspense hitchcockiana). I raccordi sono anch’essi illogici così come il passaggio dal tramonto alla notte più fonda nello spazio di due inquadrature.

VOTO 5       

 

venerdì 19 ottobre 2012

2 X-Factor 6. Pagelle Prima puntata

La serata in generale è stata un po’ pesante e lenta con brani banalissimi.

Note di merito:

- il bravo Cattelan che però a volte assume un po’ il ruolo ingessato del caposcuola (come già capitò al Facchinetti junior)

- il ritrovato Morgan finalmente lucido e presente e con qualche lodevole stilettata alla Ventura

- alcune coreografie di Luca Tommassini

Note di demerito:

- l’ignoranza della Ventura che continua ad assegnare ai suoi toyboy le (brutte) canzoni presenti nella playlist del suo ipod e che esprime giudizi di merito da far accapponare le basette oltre che i peli delle braccia al povero spettatore

- l’eccessiva lunghezza della trasmissione

Passiamo alle pagelle della serata

ICS “Sex Machine”: il primo rapper a comparire sul palcoscenico di un talent show. Per la vecchia scuola dell’hip hop italiano sarebbe stato pari a un calcio nei denti ma ora che le regole dello showbiz sono cambiate diventa persino accettabile  vedere dimenarsi su questo palco lo strano essere dall’occhiale a fondo di bottiglia e l’espressione da vero nerd. Non sa cantare ma sa rappare anche se capire quello che dice diventa un’impresa eccezionale. Rivoluziona un brano immortale e si diverte da matti. Sarò pazza ma a me è piaciuto. VOTO 7

NICOLA “Io vivrò (senza te): agli home visit ha dimostrato di non essere un fenomeno ma per uno strano caso del destino eccolo comparire davanti ai nostri teleschermi. Notata la somiglianza (ma davvero?) con Battisti la Ventura da vera manager del nulla cosmico decide di imporgli un brano che nelle sue fantasie più recondite dovrebbe esaltarne le peculiarità vocali. Peccato che il tizio col riccio monoblocco manifesti un’assoluta incapacità vocale e interpretativa. Il brano di Battisti diventa la base per delle evoluzioni vocali che persino Giorgia sembra aver lasciato nel cassetto da circa dieci anni. Vecchio e sorpassato, non pervenuto nelle note basse e barocco in quelle alte. VOTO 4,5

CIXI “You’ve got the love”: approdata dai video di YouTube direttamente su un palco più grande della sua solita cameretta. Sembra nata per svolgere questo mestiere e già questo la rende antipatica. Non trasmette emozioni. Gelida nella sua algida perfezione. VOTO 6

AKME “My kind of love”: un gruppo vocale dove la voce femminile è oggettivamente regina incontrastata, accompagnata in modo intelligente e piacevole dai due maschietti più indietro. Il timbro della ragazza è di una bellezza struggente anche se il brano è così così. Rimandati alla prossima puntata con un coefficiente di difficoltà più elevato. VOTO 6,5

DANIELE “Strange world”: l’ex bimbo di Ti Lascio una Canzone è diventato un nano da giardino platinato. La timbrica è interessante ma ad uno con la voce che graffia non puoi assegnare un brano che gioca tutto sul falsetto dell’interprete originale. La voce si spezza continuamente ma povero figliolo non è certo colpa sua. Abbastanza disastroso (un po’ come quel bistrot negli occhi che è passato di moda da un beeel po’…ma chi glielo dice alla Mona?) VOTO 5

CHIARA “Purple rain”: la ragazza è quel che di meglio ci può offrire questa edizione di X-Factor. La sua personalità  stralunata, quel suo essere un pochino goffa e quella magnifica voce che si ritrova la rendono la punta di diamante della trasmissione. Ha uno stile personale e una naturalezza nel cantare che non ha davvero eguali. Il brano era estremamente difficile ma lei lo rende persino più bello dell’originale. VOTO 7,5

DONATELLA “Time bomb”: ok che sono oggettivamente carine e che i loro visi perfetti si sposano alla perfezione con la telecamera ma come si può pensare di trasformarle in cantanti? Sembrano quei gruppi finti degli anni 80, quelli che in seguito si scoprì che cantavano in playback perché avevano delle voci pietose ma un’immagine che spaccava. Loro cantano o se preferite smiagolano con le loro vocette da Paola e Chiara su una base che si alza per coprire più che è possibile le loro carenze vocali ma si arenano velocemente. Disastrose. VOTO 4

YENDRI “Per sempre”: ecco un’altra che non ci doveva essere ma misteriosamente c’è. Come mai? Sarà mica colpa dell’aspetto fisico? Saranno le qualità vocali (non pervenute)? Sarà quel che sarà eccola qui a imitare la Zilli senza essere la Zilli. Una pedissequa imitazione che lascia piuttosto indifferenti. Persino lei sembra chiedersi come cavolo è arrivata fino a lì e quello sguardo tristemente smarrito da cerbiatta sudamericana non ci rinfranca per niente. Scialba e piatta come i suoi capelli piastrati. VOTO 5

ROMINA “Duel”: riciclarsi fa quasi sempre bene soprattutto dopo che il tuo didietro sente ancora i dolori per il calcio in culo subito in seguito alla sterile partecipazione sanremese. Lei si affida alle abili mani di Morgan che ne vorrebbe fare una cantante elettropop e alle forbici del parrucchiere di Tomassini che la trasformano in una Ivana Spagna anni 80. I risultati della suddetta manipolazione sembrano mostrare falle. Lei ci crede poco (chissà forse le costerà fatica uscire dal loft e andare a comprare due pomodori con quel taglio di capelli) e si sente. La voce c’è ma è abbastanza evidente che la sua strada è molto più tradizionale di ciò che le tocca cantare. Rimandata. VOTO 6

DAVIDE “A chi mi dice”: non si sa per quale arcano motivo noi dovremmo sentirci attratte/i dalla faccia da Topo Gigio che ha tanto colpito l’ormone invecchiato ma sempre vigile della Ventura. Il “caldaia” ci offre come gentile omaggio una performance degna del miglior cantante da matrimoni. Il brano è melenso, bruttissimo e lui lo canta come un Albano della Brianza. Peggio di così c’è solo l’inferno. VOTO 4,5

FRERES CHAOS: i fratelli più ambigui della storia della televisione affrontano il loro primo step con una canzone che ha furoreggiato per tutta la primavera e lo fanno da veri professionisti. Le loro voci si sposano alla perfezione e il loro modo di cercarsi risulta da una parte repellente e dall’altra assolutamente affascinante. Formano un connubio stravagante ma stranamente perfetto. Mi sono piaciuti tantissimo. Psichedelici e raffinati. VOTO 7,5

NICE "L’ultima occasione”: la voce c’è, inutile stare qui a negarlo ma se si cerca la freschezza e l’originalità non ci siamo proprio. Ha fatto una cover perfetta dell’originale di Mina. Stessa timbrica, stessa potenza, stesso trucco e parrucco. Peccato che non siamo da Carlo Conti. Fredda e impersonale. VOTO 6

 

 

 

 

 

mercoledì 17 ottobre 2012

0 30 minutes or less (2011)

Trama: Nick, un giovane pizza boy, viene costretto a rapinare una banca da due uomini sfaccendati che hanno bisogno di 100000 dollari per assoldare un killer che uccida il padre di uno dei due in modo da incassare la copiosa eredità. Nick dovrà impegnarsi visto che gli restano solo 10 ore prima che la bomba che ha addosso venga fatta esplodere….

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Film prodotto dal grande Ben Stiller, attore capace di interpretare commedie divertenti e spassose a differenza di questa che lascia abbastanza indifferenti. La trama è anche carina ma tutto sommato il succo del film rimane quello di sparare battute dozzinali o espressioni più che volgari, tutte incentrate su rapporti orali e organi sessuali in continua agitazione.

In America prevale tanto la commedia sboccata che in realtà a volte produce buoni frutti, alcuni rimasti negli annali del cinema della risata facile ma in questo caso si è voluto esagerare a discapito di una maggiore attenzione per la caratterizzazione dei personaggi. Alcuni interpreti spiccano sugli altri come per esempio il simpatico Aziz Ansari, che interpreta Chet il migliore amico di Nick, capace di buone battute e gag quasi esilaranti.

Il finale del film è giustamente ritmato con continui colpi di scena in ogni caso non proprio originali ma adeguati ad un pomeriggio senza pensieri.

VOTO 6 

lunedì 15 ottobre 2012

0 21 Jump Street (2012)

Trama: 2005. Jenko (Channing Tatum) è uno dei ragazzi più popolari della scuola mentre Schmidt (Jonah Hill) è il classico nerd rifiutato da tutti. Sette anni dopo i due si ritrovano a far parte della stessa squadra di polizia e per il loro aspetto giovanile vengono scelti per una missione di copertura in un liceo dove devono sventare un traffico di droga.

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Ricordo ancora i tardi pomeriggi a guardare emozionata le imprese mirabolanti degli agenti della 21 Jump Street. A dire la verità la mia passione nasceva soprattutto dalla presenza del già mitico e affascinante Johnny Depp che all’epoca era solo un ragazzino imberbe e che proprio in questo film appare in pochi minuti nello stesso ruolo della serie che l’ha reso famoso in tutto il mondo.

Il mio interesse per il film non era divorante proprio perché innamorata della serie ed essendo una vera e propria purista non amo tantissimo i remake o le riproposizioni di qualcosa che era già perfetto nel suo aspetto originale. Ma mi sono dovuta ricredere dopo pochi minuti in quanto 21 Jump Street è davvero un film grandioso che mette in scena due attori in questo caso straordinari. Tatum è sempre più bravo nonostante il suo aspetto possa a prima vista far dubitare delle sue capacità istrioniche. Qui anzi si prende parecchio in giro capendo che anche solo a distanza di sette anni il mondo dei giovani è cambiato parecchio e così il suo essere muscoloso e di bell’aspetto può interessare solo alle insegnanti e ai professori di educazione fisica. Ciò che conta nel nuovo decennio sono altre cose tipo l’interesse per la natura, i computer, facebook, persino la chimica e le scienze, insomma tutto ciò che fino a dieci anni prima era sconosciuto o ritenuto materia per sfigati. Quando lui e Schmidt (interpretato da un esilarante e fortissimo Jonah Hill) si ritrovano di nuovo tra i liceali è quest’ultimo che riesce a farsi strada e a diventare popolare. Le mode non contano più, non è più possibile dividere il microcosmo scolastico tra popolari e nerd perché i confini si sono fatti via via più sfumati e in fondo ognuno può essere quello che è senza timore di essere preso di mira da qualcuno.

Già queste premesse mettono l’acquolina in bocca ma se poi le vediamo realizzarsi in innumerevoli gag che fanno veramente morire dalle risate beh il gioco è fatto! C’è tutto quello che serve a catturare l’attenzione dei più giovani ma anche degli over 30 che non possono non apprezzare questo genere di commedia action che in qualche modo ricorda quei film anni 80 che andavano in onda su Italia uno praticamente un secolo fa. I problemi adolescenziali, le feste alcoliche, i riti di passaggio, i doppi sensi che hanno sempre al centro i genitali maschili, tutto quello che a prima vista appare patetico e un po’ monotono diventa improvvisamente divertentissimo perché il regista ha saputo mixare in modo estremamente intelligente tutti questi elementi estremizzandoli e rendendoli ridicoli.

Dico solo una cosa: se non l’avete ancora visto fatelo quanto prima perché ne vale davvero la pena.

VOTO 8

domenica 14 ottobre 2012

0 2013–La fortezza (1993)

Trama: anno 2013, il governo vieta alle coppie di avere più di un figlio, pena la reclusione in un carcere di massima sicurezza e la sottrazione del bambino (destinato ad una sorta di reset cerebrale) in quanto l’aborto è severamente proibito. John e Karen vengono scoperti mentre tentano di fuggire oltre il confine americano e finiscono nella Fortezza, un carcere sotterraneo da cui è apparentemente impossibile scappare..

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 Nel 1993 l’anno 2013 era effettivamente lontano soprattutto per via di quel misterioso due davanti che avrebbe portato l’uomo a varcare il confine del millennio per approdare a qualcosa di assolutamente sconosciuto. Ora sappiamo che seppure il mondo sta andando effettivamente a puttane tra scandali politici e una società sempre più degradata siamo fortunatamente ancora lontani da regimi dittatoriali simili a quello descritto nel qui presente film.

Come spesso accade nei film di fantascienza degli anni 80 e 90 come base della trama abbiamo sempre un futuro distopico dalle tinte fosche che costringe la società a piegarsi a leggi assurde che limitano profondamente le libertà personali costringendo gli uomini a piegarsi al tiranno per poter sopravvivere. Ma sappiamo anche che i registi e gli sceneggiatori dell’epoca hanno sempre puntato su un cosiddetto deus ex machina, il superuomo che con la sola forza di volontà e un forte senso della giustizia riesce a riportare la situazione in equilibrio, sconfiggendo il male con stratagemmi degni del miglior Ulisse. In questo caso il nostro uomo eroe è John Brennick interpretato dall’allora fulgida stella del firmamento fantascientifico Christopher Lambert. Egli, innamoratissimo e eroico, riesce a sopravvivere alle peggiori torture per fuggire dal carcere e salvare la moglie Karen, interpretata dalla solita biondazza americana di cui giustamente si sono perse le tracce nel corso degli anni. La trama è veramente coinvolgente e sviluppata in modo intelligente almeno finché il tutto prende la china dell’improbabile. Non si capisce infatti come sia possibile che la grande evasione che in realtà dovrebbe essere il nocciolo di tutto il film sia ridotta a dieci minuti scarsi che vanno via veloci al ritmo di una morte ogni trenta secondi. Inutile poi dire che il finale è troppo melenso e decisamente scadente. Nonostante ciò Fortress è un discreto film di fantascienza che ha i suoi colpi migliori nella prima metà del suo svolgimento quando vediamo come i prigionieri vengano tenuti sotto stretto controllo tramite dei trucchetti tanto ingegnosi quanto tremendi (vedi la capsula che viene fatta ingerire a forza e che si impianta nello stomaco dei malcapitati). Poca attenzione invece per le spiegazioni riguardo questa epoca così oscura, solo pochi accenni che servono a giustificare l’intero plot.

VOTO 7

mercoledì 10 ottobre 2012

0 13–Se perdi…muori (2010)

Trama: Sam ha bisogno di tanti soldi per pagare il ricovero e l’operazione chirurgica al padre così decide di partecipare ad un gioco che mette in palio la vita e un sacco di denaro per chi riesce a sopravvivere…

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Devo dire che a un quarto del film ho pensato che si trattasse di una produzione francese visto che il ritmo e certe scelte stilistiche sono tipiche degli action movie d’oltralpe. La sensazione si è trasformata in una quasi certezza quando ho scoperto che si tratta effettivamente di un remake hollywoodiano di 13 Tzameti, film francese diretto dallo stesso regista Gela Babluani.

La trama è coinvolgente ai massimi livelli in quanto non si può proprio restare indifferenti davanti ad un gioco così crudele e allo stesso tempo di vitale importanza sia per chi vi partecipa sia per coloro che scommettono sulla sorte dei concorrenti. Sam inizia come un emergente ma ben presto entra nella dinamica della sfida ossia della lotta per la sopravvivenza, quindi seppure all’inizio si trova a dover fare i conti con la sua coscienza che gli impone di non uccidere un altro essere umano, molto presto capisce che tutto quello che conta è vivere e guadagnare il denaro necessario per dare una speranza alla sua adorata famiglia. Non è un superuomo e infatti la sua non è altro che fortuna ma soprattutto il fatto che sia totalmente ingenuo si sposa perfettamente col finale a dire il vero abbastanza sorprendente. La morte del protagonista non figura di certo in quasi nessun film statunitense ma lascia in bocca quel sapore di reale che impreziosisce ancora di più un film più che discreto.

Il cast è di livello seppure alcuni attori sembrano davvero interpretare dei camei piuttosto che della parti fondamentali ai fini della trama, penso soprattutto a Mickey Rourke che riveste in modo sempre preciso e convincente il ruolo di ex galeotto trucido e tatuato. Non mi è dispiaciuto così come ho gradito l’algido britannico Vince Ferro, niente muscoli e nessun atteggiamento da macho. La parte del timido e insicuro elettricista l’ha interpretata alla grande.

Il film è ben ritmato e molto molto veloce tanto da non lasciare spazio a nessun tipo di riflessione.

VOTO 7   

 

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