lunedì 8 ottobre 2012

0 Perimetro di paura (2008)

Trama: Marnie deve scontare un anno di arresti domiciliari per l’uccisione del marito Mike un ex poliziotto violento. Le viene così assegnato un braccialetto che le impedirà di potersi allontanare dal perimetro della casa. I problemi iniziano quando il fantasma di Mike ritorna per vendicarsi della moglie colpevole di averlo assassinato…

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Il film è davvero molto carino e visivamente di grande impatto con un uso sapiente di effetti speciali che contribuiscono a rendere davvero poco confortevole e rassicurante la vecchia casa dove vive Marnie reclusa dentro il peggior incubo che un essere umano possa immaginare. La sua è una sfida che gioca su più livelli: la difesa contro gli attacchi sovrannaturali di un marito incazzato nero e la grande solitudine che la vede costretta a elemosinare l’amicizia di un garzone di un vicino negozio (per lei comunque lontano mille miglia). Cerca di ricominciare la sua vita, interrotta da lunghi anni di reclusione in carcere, ma i vicini che prima le erano amici la scansano e la sua unica sorella la disprezza perché la ritiene colpevole della morte della loro madre, indebitatasi per pagare gli avvocati di Marnie.

Il film all’inizio si sviluppa soprattutto sul binario legato a questo senso di estraneità e lontananza dal mondo, conseguente alla presenza del bracciale che pone veramente tanti limiti alla libertà di una persona che per giunta vive da sola e che può contare esclusivamente sull’uso del telefono come tramite tra lei e il mondo esterno. Questo elemento si sposa evidentemente con la presenza del fantasma all’interno della casa che riesce a farle concretamente del male, tralasciando i classici giochetti visivi e sonori tipici dello spirito maligno e vendicativo. Mike la vuole uccidere e Marnie ha troppa voglia di vivere ecco perché decide di aumentare le sue conoscenze in campo spiritistico prendendo in prestito un libro dalla biblioteca pubblica (grazie all’aiuto di qualcuno ovviamente). Peccato che si riveli fondamentalmente inutile!

La paura c’è? Beh a essere onesti no. C’è forse un minimo di tensione che finisce per stemperarsi con le troppe incongruenze e scelte narrative abbastanza ridicole che vengono messe in atto durante gli 88 minuti di film (tra le tante il ritrovamento di denaro sporco sotto le assi di legno del pavimento della camera da letto o il rifiuto del prete di benedire la casa oltre ovviamente agli stratagemmi messi in pratica da Marnie per scacciare il fastidioso Mike). Il tutto però stranamente mi ha conquistato e catturato perché scorre via nella maniera giusta cioè senza tempi morti o fastidiosi dialoghi. Si parla poco e si agisce tanto, cosicché si riesce a perdonare la presenza ultra scontata del gatto e dell’incendio finale.

VOTO 7 

lunedì 1 ottobre 2012

0 Dylan Dog 172–Memorie dal sottosuolo

Trama: un uomo di nome Darren bussa alla porta di Dylan Dog e racconta una storia riguardante i Pennycoat, una strana comunità che viveva in un villaggio non lontano da Londra. Questa microsocietà era ligia a precise regole che anni prima l’avevano portata alla decisione di seppellire viva Hezel, una donna giudicata colpevole di aver ucciso il marito. Darren , l’uomo che riporta queste informazioni a Dylan, era l’amante di Hezel che per disperazione si era messo a scavare nella tomba appena coperta di terra per cercare di salvare la sua amata. Ci riesce ma insieme a lei risorge dal mondo delle tenebre anche il defunto marito di lei, mettendo in fuga il giovane che da allora è alla strenua ricerca di Hezel. Dylan, impietosito dal dolore di Darren e allo stesso tempo incuriosito da tutta la faccenda, decide di mettersi in viaggio con Groucho alla ricerca di ulteriori informazioni sulla scomparsa di tutti i Pennycoat, apparentemente uccisi dal marito di Hezel. In realtà ci sono ancora dei superstiti dell’antica famiglia ma vengono fatti fuori nel modo più cruento possibile. L’elemento che sembra unirli è il settore lavorativo in quanto tutti loro lavoravano in campo mortuario, compresa l’unica superstite una certa Henna, truccatrice di morti. Dylan riesce piano piano a far emergere particolari molto inquietanti che confluiscono nella scoperta che in realtà Darren non è altri che un componente della famiglia Pennycoat…

Commento: questo albo è straordinario, perfetto da ogni punto di vista e soprattutto per niente banale. Seppure molte volte nella ormai lunga storia di questa pubblicazione è stato toccato il tema della comunità di villaggio che nasconde arcani segreti, qui abbiamo un punto di vista nettamente diverso che rende la storia puntuale, precisa e molto coinvolgente. Non è possibile capire appieno la storia se non la si legge fino all’ultima pagina, non si possono fare pronostici o previsioni o elaborare tesi che riescono a dispiegare e svolgere la matassa sapientemente creata da quel genio di Paola Barbato (talento naturale a quanto vedo). Tutto ha una spiegazione ma bisogna avere la pazienza di aspettare che i vari pezzi di puzzle vadano al loro posto attraverso affascinanti quanto crudi flashback. La storia dei Pennycoat è bella ma niente a che vedere con la complessità del personaggio Hezel-Donna che in fin dei conti porta questo albo a vette di vera perfezione. A me è sembrato di leggere un romanzo piuttosto che un fumetto e quando si provano tali piacevoli sensazioni si capisce come il mondo dei comics possa avere una vita lunga e florida. Complimenti alla Barbato!

VOTO: 10

domenica 30 settembre 2012

0 Sushi Tao–Cagliari

Spinta dai pareri addirittura entusiastici di parenti e recensori di Tripadvisor decido (dopo più di un anno dalla sua apertura) di recarmi in compagnia di un’amica al celeberrimo Sushi Tao di via Sonnino a Cagliari. Premetto che la decisione è sorta spontanea anche dopo la magnifica esperienza vissuta nel vicino MiAsian di proprietà dei medesimi gestori del ristorante giapponese di cui sopra. Mai scelta fu più sbagliata!

Era sabato, minacciava pioggia e il mio stomaco brontolava da più di un’ora ma come un vero sergente della forchetta avevo deciso di rinunciare ad un piccolo aperitivo apripista prima del gran ballo delle 20.30. Volevo davvero gustarmi la fantastica cena giapponese al fantomatico ristorante più caro e blasonato della città. Alle otto e mezza di quella sera afosa varchiamo la soglia del locale e veniamo accolte da freddi sguardi a mandorla che ci chiedono con fare piuttosto sbrigativo se avessimo prenotato. Risposta: no. Attesa e dopo 5 minuti veniamo accompagnate senza particolare garbo verso il tavolo che già di per se stesso non era decisamente granché (come tutti gli altri del resto): distanza eccessiva tra i commensali e vicinanza a limite del sopportabile tra i tavoli posti a destra e sinistra del nostro. Ma vabbè andiamo avanti. I menu erano già sul tavolo. Dopo un breve conciliabolo decidiamo cosa ordinare (1 di polpette di gambero in salsa di prugne, 1 barca Lovely, 1 di udon, 1 di spaghetti thai, 1 bottiglia d’acqua e 1 prosecco Valdobbiadene). Le ordinazioni vengono prese da due camerieri diversi, entrambi comunque fastidiosamente gelidi e poco esperti di savoir fare. Arrivano le bevande portate da un’altra cameriera che si mette letteralmente la bottiglia tra le gambe per poterla stappare dopo di che versa a mo di birra il vino che si rivelerà essere un parente stretto del Ladas o del peggior Maschio. 14 euro buttati al cesso visto che era acido, penoso e da discount. Il vino viene versato senza grazia e riempiendo quasi fino all’orlo i bicchieri. Arrivano le polpette: 6 con una ciotolina di salsa. Le abbiamo trovate buone anche se abbastanza unte, in ogni casi si riveleranno essere la cosa migliore della serata e vorrei vedere visto il non modico prezzo di 6,50 euro. Poco dopo arriva la barca che poveretta era più simile ad una canoa o ad un guscio di noce: il suo contenuto era veramente esiguo e poco vario. C’erano solo nigiri e qualche maki, entrambi di bassa qualità e per giunta del tutto insapori. Guardando nei tavoli vicini ho visto barche di dimensioni maggiori ma il contenuto era il medesimo e mi sembra francamente assurdo visto che quella presa da noi costava ben 24 euro e non aveva veramente niente di tutto ciò che solitamente trovi in un portata del genere in qualsiasi ristorante giapponese. In altri locali meno blasonati ho potuto gustare vari tipi di sushi e sashimi a prezzo decisamente inferiore ma di qualità assolutamente superiore e tutti comodamente adagiati su una barca delle stesse dimensioni. Altra pecca allucinante la mancanza di una ciotolina con la soia che però è arrivata puntualmente agli altri tavoli. Insieme al sushi sono arrivati anche i primi, sempre deposti sul tavolo con noncuranza e senza un sorriso. Qui arriva il bello: gli spaghetti thai erano anche passabili se si soprassedeva sulla loro untuosità che li rendeva del tutto simili a qualunque piatto di pasta ordinato in un semplice ristorante cinese. Gli udon invece erano terribili, annegati in una salsa dal sapore orrendo dove nuotavano liberamente, impreziositi da cozze e arselle chiuse. Un disastro! Ma per non farci mancare niente e darci il colpo di grazia in un vero e proprio harakiri funzionale però alla decisione definitiva di non tornare mai più, ordiniamo il dolce. Abbiamo dovuto fare memoria locale perché i menu ci sono stati negati così abbiamo ordinato due crepes al gelato di riso che al MiAsian ci avevano fatto letteralmente impazzire. Ecco diciamo che la reazione non è stata la stessa: crepes fredda e dura e gelato dentro sciolto. Finito questo sabato autolesionistico abbiamo preso baracca e burattini e siamo andate alla cassa dove abbiamo scoperto che tanta grazia, delizia, abbondanza e educazione aveva il valore di 80 euro e rotti. Però!

Conclusione: io non so chi possa veramente ritenere questo locale il migliore di Cagliari in materia di gastronomia giapponese ma vedendo l’abbondante clientela in giacca, cravatta, colletto alzato ho capito che come sempre avviene in questa città l’elemento su cui ruota un giudizio non è la bontà del cibo ma la cosiddetta location e il tipo di clientela che frequenta un determinato locale. Io ho trovato il locale tutto sommato abbastanza anonimo a differenza del vicino MiAsian che si presenta spettacolare da ogni punto di vista. Inoltre l’acustica lascia a desiderare visto che ad un certo punto avevo difficoltà a sentire cosa diceva la mia amica visto il fastidiosissimo brusio dei tavoli vicini e lontani. Insomma un casino in pieno stile che non ho alcun desiderio di riprovare vista che ormai il sushi lo cucinano davvero ovunque e a prezzi più modici.

 

mercoledì 26 settembre 2012

0 The illusionist (2006)–Neil Burger

Il sottotitolo presente nella locandina (“niente è come sembra”) è in effetti molto utile ripensando allo straordinario finale del film. Ammetto spudoratamente di essere stata del tutto sviata dal regista, molto bravo a indirizzare l’attenzione dello spettatore verso la via più semplice e anche se vogliamo più inquietante. Per tutto il film si arriva davvero a credere che il protagonista, Eisenheim, sia capace di portenti prodigiosi, che la magia (quella vera) esista veramente e che possa trasformarsi ben presto in evocazione di spiriti, in particolar modo se l’illusionista del titolo perde in modo tragico la sua amata e vuole in qualche maniera rivederla seppure in vesti eteree e inconsistenti.

Ci troviamo in Europa alla metà dell’Ottocento e più precisamente a Vienna. La gente si appassiona a tutto ciò che è irreale ma allo stesso modo visibile davanti ai suoi occhi. Ecco perché Eisenheim è tanto rispettato e idolatrato. E’ l’unico capace di trucchi inspiegabili ma dagli effetti prorompenti. E’ misterioso e ambiguo, il suo passato è sconosciuto ai più e questo sembra aumentare il suo fascino. Ben conscio del suo potere e della sua fama non perde coraggio neppure quando il principe ereditario al trono di imperatore austroungarico lo vuole a tutti i costi togliere di mezzo, prima per semplice fastidio e poi per gelosia nei confronti della sua promessa, la duchessa Sophie. Ignora che Eisenheim e la ragazza si conoscono da tempo e che da molti anni aspettano di ritrovarsi per coronare un desiderio espresso quando erano ancora poco più che bambini.

Ecco su questa base si va a costruire davanti ai nostri occhi un castello di carte complesso e ricco di vicoli ciechi come in un labirinto di specchi in un luna park. Pensiamo una cosa e veniamo del tutto smentiti sul finale. Eppure tutto il film è disseminato di indizi e suggerimenti su come interpretate ogni singola svolta nella vicenda. Chissà magari i più attenti saranno stati in grado di svelare il mistero molto prima del finale ma sono ben felice di essere invece stata smentita da un vero trucco alla Copperfield che mi lascerà sempre un  buon ricordo di questo film poco premiato al botteghino.

E’ un mix di generi: drammatico, fantastico e thriller. Il tutto presentato in modo magistrale soprattutto per quel che riguarda i costumi che immergono del tutto nelle atmosfere tipiche dell’Ottocento. Ma una nota di merito va a anche alla scelta di presentare il passato dell’illusionista attraverso un effetto stile vecchia macchina da presa, come se si trattasse di un film risalente all’epoca di Lumiere: immagini sgranate che si aprono e si chiudono con effetto in dissolvenza in entrata e in uscita. Molto originale e gradevole.

Eccellente poi l’interpretazione di Edward Norton, un attore fantastico sotto tutti i punti di vista.

VOTO 7,5   

lunedì 24 settembre 2012

4 X-Factor 6…prime impressioni

Questo è il mio primo anno da abbonata Sky e grazie a ciò ho potuto seguire “in presa diretta” (seppur registrata) la prima puntata della nuova edizione di X-Factor. Come tutti sanno le prime quattro puntate sono dedicate ai provini e alla scelta finale dei componenti delle quattro categorie (la cui assegnazione è ahimè nota da almeno un paio di mesi grazie al servizio non richiesto ma comunque offerto da alcuni siti di televisione e spettacolo di cui non citerò il nome). Detto questo passiamo alle impressioni generali visto che è ancora prematuro dare un giudizio riguardante i primi ammessi alle fasi successive dei provini.

Il montaggio è piacevole, veloce, molto americano ma soffre di un male incurabile: la tendenza a dare ampio spazio (troppo spazio) ad alcuni concorrenti a discapito di altri che pur avendo ricevuto la maggioranza di SI sono scivolati via senza colpo ferire. Questo mi ha fatto immediatamente pensare che le interviste e i siparietti riguardanti alcuni aspiranti cantanti non sono altro che “l’angolo di coloro che sono stati scelti per rappresentare le varie categorie” ossia coloro che ce l’hanno fatta. Un modo per farceli conoscere meglio ma anche uno strumento utilizzato male visto che non tutti gli spettatori desiderano sapere in anticipo ciò che dà sostanza alle prime fasi del programma. Non ho gradito neppure tutta quell’inutile attenzione riservata a coloro che erano 4 NO certi, ossia gli over 50 o i fenomeni da baraccone. Giusto invece il fatto di aver fatto comunque vedere tutti quei casi in cui c’è stata battaglia tra i giurati e dove il verdetto finale non ha in alcun modo rappresentato l’oggettività del valore del cantante.

Ciò che appare amaramente evidente è che la giuria non ha più benzina.

Morgan è stufo marcio e si vede. Evidentemente gli serve uno stipendio fisso per sopravvivere altrimenti non si spiega in nessun modo questa mania ossessivo compulsiva di partecipare ad un programma in cui lui è il primo a non credere nel progetto. Il primo ad affossare la sua stessa squadra (almeno così è apparso nelle ultime edizioni), il primo a sbadigliare nei momenti morti, il primo a schierarsi dalla parte di colei che meno capisce di musica ossia una Ventura incompetente e rabbiosa.

Elio è sempre stata la scelta sbagliata (almeno a mio modesto avviso) ma si continua a perseverare nel riproporlo come le penne alla vodka o il vitel tonné in un ristorante di bassa lega. E’ antipatico, onestamente poco esperto in vocalità e spesso colpevole di accodarsi seduta stante alla matrona de Turin. Inutile.

Simona Ventura. Non saprei neppure da dove cominciare perché ormai questa donna offre il peggior esempio televisivo di assenza di professionalità. E’ talmente accidiosa e consapevole di essere sul viale del tramonto che finisce per riversare la sua copiosa bile sul povero o povera malcapitata che per un insignificante quanto misterioso motivo la fa uscire letteralmente dai gangheri. Una è sovrappeso e allora merita un sonoro NO perché lei “non vuole creare un infelice”, il che non ha alcun senso visto che in teoria nella musica dovrebbe contare esclusivamente la voce e non l’aspetto estetico. Almeno nella musica intesa in modo serio. La sua bassezza è talmente evidente che la vediamo assurdamente battibeccare con un sempliciotto che aveva tanto tempo da perdere (ma questo alla Ventura non dovrebbe interessare visto che viene profumatamente pagata per presenziare a tutte le fasi della trasmissione e ringraziasse che se non fosse per Murdoch sarebbe a casa a pettinare le bambole), umilia una ragazza sarda colpevole di aver stonato e di essere troppo presuntuosa ma poi beatifica e premia una che ha vinto Miss Italia 2011. Una sfiatata che è stata precedentemente trombata da Sanremo Giovani per manifesta incapacità vocale. Perché? Azzardo l’ipotesi che abbia premiato l’aspetto fintamente dimesso della suddetta (una tale Stefania Bivone) o l’aspetto estetico o le lune della Mona nazionale. Non lo sappiamo ma così è. Sarebbe allora inutile e pleonastico domandarsi perché vengano sempre promossi a pieni voti giovani virgulti dal bicipite guizzante, dal labbro carnoso, dal fisico roboante e al contrario, inesorabilmente bocciati quelli con i brufolazzi, gli occhiali o l’aspetto vagamente gay, punk, dark, grunge e via dicendo. Per la Ventura l’uomo cantante dev’essere virile, con la magliettina aderente, ammiccante e giovane, molto giovane. Verrebbe da pensar male ma tant’è che siamo alla sesta edizione è il copione è sempre il medesimo. Vien da ridere a pensare alle parole rilasciate in un filmato in cui si prende il merito della vittoria della Michielin, quando lei per prima l’ha sempre trattata peggio che male preferendole una che è scomparsa dalle scene molto in fretta (Nicole). La Ventura dovrebbe pensare al suo di aspetto fisico invece di guardare nel piatto degli altri, non fosse altro che per quel viso cascante nonostante le numerose e orrende plastiche che l’hanno decisamente rovinata sia dentro che fuori.

Arisa è l’unica che onestamente sa fare il suo mestiere e che soprattutto manifesta un certo entusiasmo nell’approccio alla trasmissione. Giudica con vera imparzialità, motivando i suoi NO e i suoi SI con argomentazioni convincenti. Soprattutto non ha quel fare di superiorità fastidiosa e immotivata che caratterizza i suoi colleghi di lavoro. Premetto che non ho una grandissima considerazione di Arisa come cantante tanto è vero che la considero solo una buona corista con una voce intonata ma priva di uno stile veramente personale, penso però che sia l’unica ad avere davvero buon orecchio lì dentro, credo che abbia maggiore competenza degli altri tre a livello di vocalità.

venerdì 21 settembre 2012

0 Essi vivono (1988)–John Carpenter

Trama: la Terra è stata colonizzata da milioni di alieni che si nascondono tra la gente sotto mentite spoglie, l’unico modo per vedere il loro vero aspetto da scheletri scarnificati è inforcare degli speciali occhiali da sole…

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John Carpenter è un grande regista capace di interpretare l’horror, l’action e il sovrannaturale in modo strabiliante, tanto da creare uno stile riconoscibilissimo e venerato dai milioni di fans dei suoi numerosi cult movie (non ultimi i mai abbastanza lodati Grosso guaio a Chinatown e 1997: Fuga da New York, solo per citarne due). I suoi film creano dipendenza, generano mondi notturni, società degradate, metropoli ricche di violenza, politici corrotti e grandi eroi dalla grande vena ironica.

In They Live l’eroe è un buzzurrone dai capelli mesciati e lunghi, un certo John Nada (interpretato dall’allora stella del wrestling Roddy Piper), un uomo che gira l’America con la sua camicia di flanella a scacchi, i jeans sdruciti e lo zaino in spalla. E’ un tipo concreto e desideroso di guadagnarsi la pagnotta con i grossi muscoli dei suoi forti bicipiti ma finisce per scoprire un mondo che si nasconde al di là di un velo che nasconde il vero aspetto delle cose: attraverso un paio di occhiali da sole dallo stile parecchio anni 80 vede il mondo popolato da mostri e da messaggi subliminali che sono invisibili ai più e capisce di avere una missione nella vita. Sterminare gli alieni per salvare il genere umano. Impresa difficile ma non per un eroe creato da quel genio di Carpenter.

L’elemento più affascinante di questo genere di film è il modo in cui senza troppe pippe viene portato a termine l’obiettivo del protagonista. Niente giri di parole, spiegazioni essenziali, qualche scontro a fuoco e lieto fine. Il tutto condito da dialoghi ironici e da un finale stupendo (da ammirare le sequenze finali con lo squarciamento del velo che nascondeva la verità agli esseri umani…divertentissimo). Certo il film inizia lento lento ma poi una volta presa la rincorsa non si ferma più trascinando lo spettatore in situazioni rocambolesche e ricche di ritmo.

VOTO 8

lunedì 17 settembre 2012

0 Prometheus (2012)

Era dalla primavera scorsa che attendevo di poter vedere questo film e oggi 17 settembre 2012 ho esaudito il mio desiderio. Sono da sempre una fan accanita dei vari Alien che pur essendo altalenanti a livello qualitativo e narrativo oltre che stilistico sono sempre stati capaci di succhiarmi via l’anima ogni volta che mi sono trovata davanti allo schermo di un cinema o di un televisore. Certo molto dipendeva dalla presenza pesante (nel senso di pregnante e fondamentale) di Sigourney Weaver nei panni dell’inossidabile Ripley. Era il lontanissimo 1979 e il mondo impazziva per quello che con il passare degli anni è diventato il metro di paragone per tutto il genere fantascientifico ossia il primo Alien, diretto da Ridley Scott. In effetti l’unico film dell’allora tetralogia diretto dal maestro (i successivi portano invece la firma di Cameron, Fincher e Jeunet), primo vero esempio di come si possa costruire un film su un unico attore senza che questo porti ad un decadimento della struttura portante. Tutti gli appassionati ricorderanno la battaglia di un’unica donna contro una creatura aliena (lo xenomorfo) capace di distruggere un intero equipaggio. Si ricorderà la sensazione claustrofobica e di ansia insopportabile che pervadeva l’intera durata della pellicola. La stessa sensazione, con una decisa virata verso l’orrore più cruento, la si trova in Alien scontro finale (nella mia classifica personale, a pari merito col capostipite). Alien 3 e Alien la clonazione rappresentano invece la parabola discendente dell’intera saga, piuttosto caotici e inverosimili, in particolar modo l’ultimo della serie che vede l’improbabile rapporto di simbiosi tra una Ripley clonata e il suo figliolo alieno. In effetti ci si è molto distaccati da quelli che erano gli intenti iniziali fondati più che altro sulla tensione, sulla curiosità ma anche sulla paura di ciò che non si conosce, sull’esplorazione di pianeti lontani e soprattutto sulla lotta per la sopravvivenza. Si è arrivati alla più totale spettacolarizzazione di ogni singola sequenza e alla riproposizione senza soluzione di continuità di una trama che contempla un equipaggio costituito da un gruppo di esseri umani (per lo più soldati o scienziati) e di un androide (quasi sempre di animo nobile nonostante l’ipotetica assenza di sentimenti).

Ed è così che Ridley Scott a distanza di 33 anni riprende il suo posto nella plancia di comando, azzera tutto e si pone l’obiettivo ambizioso di esplorare e narrare le vicende che portano al primo Alien facendo un bel balzo indietro nel tempo al 2089. Ci troviamo quindi davanti a quello che in gergo viene definito prequel e che non sempre ha dato i frutti sperati basti pensare alla terribile trilogia di Star Wars. In questo caso il responso (ovviamente parlo per me) è positivo.

Il film è bello, realizzato con cura e capace di suscitare infiniti interrogativi che ahimè non trovano risposta se non in maniera molto parziale, ma fortunatamente pare che gran parte di essi saranno soddisfatti grazie al prossimo film che dovrebbe portarci molto più vicini alle vicende del primo Alien. Questo è un bene visto e considerato che Prometheus ha un finale che lascia tutti con l’acquolina in bocca e con molte domande lasciate in sospeso.

La sequenza iniziale è quella che personalmente mi ha lasciato più perplessa nel senso che mi sta facendo impazzire. Leggendo qua e là ho scoperto che nelle intenzioni del regista dovrebbe in realtà riferirsi ad un pianeta diverso dalla Terra (uno dei tanti colonizzati da questa razza aliena) e questo diciamo che potrebbe avere anche un senso ma non spiega perché l’ingegnere beva l’intruglio che lo trasforma in una forma aliena altamente distruttiva. Il pianeta sembrerebbe infatti disabitato. Una sorta di suicidio (visto che sembrerebbe quasi l’ultimo della sua specie una volta che la navicella prende il volo lasciandolo in balia di se stesso)? Un esperimento su se stesso? Chissà. Questa è senz’altro la parte più affascinante del film, in quanto la scoperta che questa razza aliena è stata la vera e propria creatrice della nostra specie (identico dna) pone molti interrogativi sul nostro concetto di evoluzionismo e allo stesso tempo su Dio stesso. In questo caso si è molto parlato di Prometheus come di un film che si interroga sulla religione e soprattutto sulla fede, elementi che certamente lo pongono su un gradino elevato rispetto al solito film di fantascienza tutto napalm e creature mostruose. Il film è quindi complesso rispetto a tutto ciò che riguarda questa misteriosa civiltà di cui possiamo vedere soltanto qualche filmato olografico e la reazione violenta dell’unico sopravvissuto alla criogenesi (paura degli uomini in quanto per lui specie aliena o coscienza che l’uomo è pericoloso e perciò va distrutto?).

Il resto del film è molto meno attraente da un punto di vista filosofico nel senso che si presenta come il solito canovaccio con un solo sopravvissuto alla missione spaziale. Le morti si susseguono abbastanza rapidamente lasciando la sensazione che Scott sia veramente interessato ad approfondire temi più profondi. In realtà il cast non è favoloso, tutti ricoprono ruoli tagliati con l’accetta e senz’ombra di dubbio la dottoressa Shaw non è lontanamente paragonabile alla profondità di Ripley, alla sua tenacia e alla grande voglia di vivere che l’aiuta a sfuggire a morte certa. La Shaw in effetti è una scienziata perciò il suo istinto di conservazione è più legato alla sete di conoscenza piuttosto che all’autoconservazione, ciò la rende molto fredda e lontana da un processo di immedesimazione da parte dello spettatore. L’androide David fa rimpiangere tantissimo l’indimenticabile Bishop e non è del tutto chiaro il motivo per cui detesti tanto gli uomini quasi in una forma di invidia perniciosa che lo porta a compiere un terribile quanto immotivato esperimento sul povero Holloway.

In generale il film comunque è molto bello ovviamente non paragonabile ad Alien ma sarebbe stato impossibile superare il capostipite e credo non fosse neppure nelle intenzioni del regista. E’ un ottimo film di fantascienza che scorre via veloce nonostante le due ore abbondanti durante le quali si dipanano le vicende dell’equipaggio. è coinvolgente ed emozionante. E’ frutto dei nostri tempi nel senso che la recitazione come ho detto più sopra non sembra tanto importante, così come i dialoghi veramente banali e ricchi di frasi fatte. Ecco Sigourney Weaver era ed è una grande attrice prima di tutto e ci ha regalato una Ripley umana e piena di debolezze oltre che di una grande forza interiore, mentre il cast attuale non regge il confronto non essendo in alcun modo capace di mostrare emozioni reali. Persino Charlize Theron non riesce a spiccare il volo incastrata nel ruolo di donna astiosa ed egoista, totalmente fuori parte e assolutamente superflua ai fini della trama.

Un’ultima riflessione riguarda il 3D. Ho visto il film in tre dimensioni e devo dire che è stato solo uno spreco di soldi in quanto non c’è un solo fotogramma che ne giustifichi il costo. Niente di niente. Una vera delusione e un’autentica presa per i fondelli perciò consiglio a tutti di godersi il film in versione canonica.

VOTO 7

 

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