lunedì 17 settembre 2012

0 Mr Brooks (2007)

Trama: Mr Brooks è un uomo apparentemente soddisfatto della sua vita, innamorato della bella moglie, padre devoto e imprenditore di successo. In realtà dentro di sé alberga un mostro che uccide le sue vittime per saziare la sua insopprimibile sete di sangue e morte…

_______________________________________________________________________________________________

Accidenti com’è strano vedere Kevin Costner (protagonista e produttore del film) nei panni di un feroce e spietato serial killer, pazzo quanto basta per dialogare amabilmente con il suo invisibile e malvagio grillo parlante impersonato da un inquietante William Hurt.

Il film è un classico thriller, assai ben fatto e con colpi di scena veramente stuzzicanti. Il ritmo non è sostenuto ma anzi a volte si ha come l’impressione che il tutto proceda a scatti: azione, tempi morti, azione, tempi morti, tanto da non rendere Mr Brooks un film da mettere nella propria classifica dei migliori dieci thriller della storia del cinema. Se la cava e questo potrebbe bastare, se non fosse per un intreccio abbastanza caotico con intermezzi poco utili ai fini della trama principale. Mi riferisco soprattutto a tutta la storia riguardante la detective impersonata da una sempre poco memorabile Demi Moore: tutto è abbastanza scontato e peggio ancora ridicolo.

Il film c’è nel senso che è sempre affascinante penetrare nella mente di un serial killer e soprattutto questo film ha il merito di iniziare letteralmente col botto ma perde il filo abbastanza di frequente, dando tra l’altro per scontati una marea di particolari che avrebbero fatto comodo a chi assisteva alla visione, come per esempio tutto ciò che riguarda il misterioso viaggio di Brooks verso l’università della figlia per cercare di scagionare quest’ultima tramite un secondo omicidio.

Divertente ma abbastanza improbabile la trasmissione genetica da padre a figlia dei geni del male. Perdoniamo la cosa solo perché onestamente non si trova molto di frequente qualche buon thriller da godersi nei pomeriggi di fine estate e anche perché a volte è carino il revival della fine con punto di domanda tipico di un cinema anni 70 80 che ormai non si trova più da nessuna parte se non in quei film caratterizzati da dissenteria autorigenerante come i vari Saw o Final Destination.

VOTO: 6,5

venerdì 14 settembre 2012

0 L’ultimo sogno (2001)

Trama: George (Kevin Kline) scopre di avere un cancro all’ultimo stadio e decide di trascorrere i mesi che gli rimangono insieme a suo figlio Sam (Hayden Christensen), un adolescente scontroso con cui da tempo non ha più un rapporto. Durante la difficile convivenza i due iniziano ad avvicinarsi e a volersi bene complice anche la costruzione di una casa, da sempre il sogno nel cassetto di George…

______________________________________________________________________________________________

Certo gli americani ci hanno abituato da almeno 20 anni al canovaccio che risponde all’equazione malato terminale=ricongiungimento finale e tanti buoni sentimenti e devo dire che i miei occhi lucidi testimoniano ampiamente il fatto che l’idea di partenza rimane sempre valida soprattutto se si ha un cuore di pastafrolla come il mio. Inoltre la pellicola ha ricevuto tanti riconoscimenti compreso un Golden Globe e ciò testimonia l’assoluta qualità del prodotto ma soprattutto dei suoi splendidi interpreti in modo particolare Kevin Kline e Christensen, quest’ultimo nel suo primo ruolo importante. Mettiamoci pure il premio Oscar Kristin Scott Thomas e il gioco è fatto.

Il film non è un dialogo a due come ci si aspetta da questo genere di impronta fortemente drammatica, spesso incentrato su storie d’amore sofferte e tragiche. Qui al contrario abbiamo il rapporto difficile tra un padre e un figlio ma anche tutta una serie di personaggi e storie di contorno che rendono Life as a House un vero capolavoro. Non mancano le situazioni ironiche e gli scontri generazionali, la droga, il sesso, la rabbia ma anche l’amicizia, l’amore ritrovato o appena sbocciato. C’è anche tanta retorica americana ma questo è un difetto che si perdona proprio perché nasce dal dna degli sceneggiatori e non da una scelta furbetta. Per un americano non è proprio possibile rinunciare ad esporre in prima vista i propri valori come per esempio la collaborazione tra vicini, gli insegnamenti dei padri e una certa morale che per noi europei è un concetto sconosciuto. Noi siamo più portati a raccontare l’ineluttabilità delle scelte e della vita, mentre gli americani tendono sempre a rimettere a posto le situazioni secondo il loro concetto preferito ossia il “va tutto bene”.

Penso che forse l’unico vero neo del film sia proprio il finale che delude chi si aspetta che la casa costruita con tanta determinazione passi a Sam. In realtà viene generosamente elargita alla vittima di un antico incidente stradale provocato dall’odiato padre di George come in un’espiazione finale per un peccato altrui. Ma in fondo l’ultimo sogno di George era la felicità del figlio e questo è un desiderio che in effetti si avvera molto prima della fine.

VOTO 8

giovedì 13 settembre 2012

0 Recensione Una voce nella notte (2006)

Trama: Gabriel (Robin Williams) è uno scrittore che fa anche lo speaker radiofonico nella città di New York. Grazie alla sua notorietà diventa l’idolo di Pete, un quattordicenne del Wisconsin, malato di aids, che ha scritto un romanzo che racconta la sua triste storia di sevizie infantili e che vive con la sua psicologa Donna. Pete riesce a far pervenire la sua bozza a Gabriel che ne viene subito conquistato, finendo per intrattenere un’amicizia telefonica col ragazzo a cui si sente sempre più affezionato. I suoi amici però iniziano a sospettare che in realtà Donna e Pete siano la stessa persona, così Gabriel vinto dal dubbio decide di partire per il Wisconsin per arrivare alla verità….

________________________________________________________________________________________________

Il film è un vero e proprio thriller che è riuscito per 3/4 della sua durata a catturare la mia attenzione con colpi di scena forse un po’ scontati ma soprattutto con un’atmosfera davvero raggelante e rarefatta. Certo gran parte del merito va a Robin Williams che raramente si è cimentato in pellicole a tinte gialle, più a suo agio con la commedia e il drammatico, poli opposti che però hanno visto scaturire dalla sua immensa bravura il meglio che possa offrire il talento istrionico di questa grande maschera. Qui la sua parte è quella di un omosessuale di mezza età che vive più nel ricordo che nel presente, diviso tra l’amore per il suo compagno e il desiderio di scavare nella sua stessa vita per trarre fuori storie sempre più coinvolgenti che possano dare emozioni al suo pubblico di radio ascoltatori. Quando Donna e Pete bussano alla sua porta lo trovano sconfitto perché appena scottato dalla fine della sua storia d’amore e perciò più vulnerabile. Per lui diventa quasi automatico legarsi ad un ragazzino che lo idolatra, sieropositivo (come il suo ex compagno che però ormai è fuori pericolo) e solo, proprio come lui. Lo vede come un figlio ma anche come una nuova occasione per raccontare nuove storie, cosa che puntualmente fa all’inizio e alla fine del film in una cornice che rappresenta forse il punto più basso della pellicola, perché sembra quasi una leziosità letteraria tutto sommato inutile. Entreremmo e usciremmo comunque benissimo nella e dalla storia senza bisogno di qualcuno che ci spieghi l’antefatto. A quello basta l’enigmatico “tratto da una storia vera” che compare prima della sequenza iniziale. Che dire quindi? Beh il finale è abbastanza banale, anche se a dire il vero il film è colpito da questo male già dopo 30 minuti dove tutti immaginiamo quale sia la verità ma si va avanti agevolmente proprio perché il regista è stato molto bravo a giocare sul silenzio, sui tentativi infruttuosi di Gabriel e in generale sul senso di ansia crescente che avvolge il protagonista e di riflesso lo stesso spettatore. E’ un gioco psicologico a cui non viene data spiegazione proprio come avviene poi nella vita reale dove non tutto può essere spiegato con ragioni di causa/effetto.

VOTO 6,5  

martedì 11 settembre 2012

0 Rusty il selvaggio (1983)

Trama: Rusty è un adolescente che non perde mai occasione per fare a botte con qualcuno con la speranza di diventare un giorno come suo fratello maggiore chiamato da tutti “quello della moto” e preso ad esempio da tutti i ragazzi del quartiere…

______________________________________________________________________________________________

La regia è di Francis Ford Coppola ma ciò non significa che questo sia un film memorabile almeno a mio gusto personale. L’ho trovato troppo “compiaciuto” nel senso che Coppola sembra che voglia a tutti costi far uscire la sua firma da ogni singolo fotogramma il che ovviamente non è una colpa ma se lo stile non piace chiaramente ne va a perdere tutto il film. La lentezza è esasperante così come il continuo simbolismo legato alla presenza di orologi che segnano ore a vanvera o che sono addirittura privi di lancette. Altra scelta stilistica da me aborrita è l’uso del bianco e nero, giustificato col fatto che “quello della moto” è daltonico perciò ci dobbiamo sorbire un’ora e mezzo di cinema demodé. Non so, forse l’unico elemento diciamo interessante è la presenza di giovani attori in erba che con gli anni si sono fatti un nome a Hollywood, come un irriconoscibile Nicolas Cage o il protagonista Rusty James interpretato da un imberbe e poppante Matt Dillon, in realtà decisamente più indicato per un filmetto giovanilistico anni 80 che a una parte così difficile. Mickey Rourke è già ben rodato per parti successive che lo vedranno sempre più nel ruolo del bastardo.

Mah che dire in fondo anche la trama è poco chiara: abbiamo un giovane che vive nei quartieri bassi e che ha come unico scopo nella vita quello di essere rispettato come suo fratello più grande che quando aveva la sua età era a capo di una delle tante bande della città. Il problema sta nel fatto che Rusty non è preso in considerazione da nessuno tranne che da Steve un ragazzo con gli occhiali che lo seguirebbe ovunque. La cosa peggiore sarà poi scoprire che in realtà il fratello tanto ammirato è semplicemente una specie di svitato che fa discorsi molto lontani dal capo di una banda ma anzi più vicini ad un saggio tibetano.

Emozioni zero, colpi di scena zero, atmosfera glaciale e recitazione a singhiozzo.

VOTO 5

lunedì 10 settembre 2012

0 La sacerdotessa di Avalon (2000)

La Sacerdotessa di Avalon è il romanzo che completa l’omonimo Ciclo ideato e scritto dalla grande e compianta Marion Zimmer Bradley, scomparsa un anno prima della pubblicazione del libro che proprio per questo motivo è stato portato a termine dalla scrittrice fantasy Diana Paxson.

Il romanzo vede come protagonista Eilan, una ragazza portata ad Avalon per intraprendere il percorso di sacerdotessa. La sua figura apparentemente molto simile alle altre eroine dei precedenti romanzi assume un ruolo preponderante nel mondo in quanto sarà la futura madre dell’imperatore Costantino che nel 313 proclamò il Cristianesimo religione ufficiale dell’impero, ponendo di fatto fine al paganesimo e alle antiche credenze che ancora sopravvivevano all’interno dei territori europei. Eilan, che abbandona Avalon per amore di un uomo ma anche per compiere il destino che lei stessa ha visto in una visione inviatale dalla Dea Madre, cambia il suo nome in quello di Elena, lasciandosi alle spalle il suo passato da sacerdotessa e abbracciando una nuova vita da sposa di un soldato romano. La sua nuova vita la vede sempre in viaggio per l’Europa a mano a mano che suo marito Costanzo sale sempre più nella scala del potere arrivando infine ad assumere il ruolo di imperatore, fatto che determina la fine dell’unione con Elena, in quanto non riconosciuta dalla società romana visto che la donna non è ufficialmente sposata con Costanzo. La donna nel frattempo è diventata madre di Costantino un bambino che manifesta fin da subito la sua arroganza e la determinazione ad emergere sul resto del popolo fino a seguire le orme del padre. Elena vede così la sua felicità svanire ma con pazienza riesce a rendersi autosufficiente e a realizzarsi come donna, aiutando altre donne a farsi una cultura ma anche a praticare il proprio culto al riparo dalle continue persecuzioni. Entra così in contatto con molte religioni riconoscendo in ognuna di esse delle attinenze con il suo credo nella Dea e arrivando alla conclusione che in fondo tutti i credi del mondo hanno un origine comune che dovrebbe unire tutti i fedeli ma che invece li allontana. Riconosce nel Cristianesimo una religione buona ma che la Chiesa ha travisato fino a plasmare la parola di Dio a suo comodo, allontanandosi da ciò che avrebbe voluto Gesù Cristo. Nonostante lei non abbandoni mai il suo credo, riesce comunque a farsi ben volere da tutti i cristiani e dal clero con cui entra in contatto soprattutto grazie alla sua buona disposizione d’animo che la spinge ad aiutare i bisognosi nonostante il suo ruolo importante di Imperatrice Madre. Ed 'è così che nasce il mito di Santa Elena nonostante Eilan non abbia mai abbracciato il cristianesimo.

Insomma il romanzo a differenza dei precedenti è improntato su figure realmente esistite e soprattutto non si svolge unicamente in Britannia ma ci accompagna in un affascinante viaggio nell’antico impero romano, dalla Germania a Roma e da Roma a Gerusalemme riuscendo a far rivivere davanti ai nostri occhi un mondo ormai scomparso. Questa cornice si inserisce in un contesto più profondo determinato dal completo affermarsi del cristianesimo in un mondo pagano, ultima fase nel ciclo di Avalon iniziato quando ancora il mondo era dominato da varie mitologie e da tutta una serie di divinità che governavano il destino dell’uomo. Questo è ovviamente un punto focale nella storia dell’umanità e viene trattato dalle due scrittrici in modo molto preciso e a dire il vero molto amaro visto e considerato che entrambe queste donne sono e sono state ferventi seguaci di una religione affine a quella di Avalon ma trasportata ai nostri giorni. Traspare questo velo di amarezza nel constatare come un’unica religione sia riuscita a spazzare via tanti credi sopravvissuti per secoli in quasi completa armonia gli uni con gli altri. Costantino usa la religione come strumento politico e di indottrinamento per il popolo ed è per questo che Elena alla fine decide di riprendere in mano la sua vita e tornare da dove era partita, ormai libera dai condizionamenti di una visione che l’ha portata lontana dal suo sogno di diventare Grande Sacerdotessa per realizzare in effetti qualcosa che per molti versi ha cambiato il volto del mondo e non in maniera positiva.

L’elemento che più cattura in questo splendido romanzo è la storia di questa donna così forte e determinata che parla in prima persona (così com’è tipico nello stile della Zimmer) e ci comunica così tutte le sue emozioni arrivando in molti punti a picchi di vera poesia. In particolar modo questo si nota sul finire del romanzo quando Elena è ormai molto anziana ma sempre lucida e desiderosa di tornare a casa dopo tanti anni costretta a vivere lontano dalla sua patria. Il suo ritorno in Britannia è molto bello, descritto con grande cuore come se fosse una sorta di addio da parte della Paxson a quella che essa stessa definisce la sua Sacerdotessa riferendosi a Marion Zimmer Bradley. Apprezzabile anche la fine che in modo volutamente vago lascia presagire due possibili spiegazioni alle ultime sensazioni di Eilan: il ritorno all’isola di Avalon o la morte nella luce della Dea, entrambe comunque bellissime e ricche di pathos.

Devo dire da affezionata lettrice che questo romanzo chiude degnamente un ciclo di grande bellezza che ha visto la luce con il meraviglioso Le nebbie di Avalon (da me letto quando ero adolescente) libro che in realtà rappresenta la vera fine del ciclo di Avalon nonostante sia stato scritto prima di tutti gli altri. Mi mancherà non sapere più niente di ciò che capita al di là delle paludi di Inis Witrin ma nel mio cuore saprò sempre che una sacerdotessa mantiene eternamente vivo il fuoco sacro ai piedi del Tor.

VOTO 10

giovedì 6 settembre 2012

0 Io piaccio (1955)

Trama: in un laboratorio di genetica vengono fatte alcune ricerche dal Professor Roberto Maldi riguardanti soprattutto gli ormoni legati al coraggio ma si scoprirà che in realtà la fialetta che l’uomo sperimenta su se stesso accresce il fascino maschile per un tempo di 24 ore…

_______________________________________________________________________________________________

Il protagonista di questa debolissima commedia è Walter Chiari nei panni di un biologo che prova su se stesso gli effetti della sua ricerca scientifica e a contraltare il suo indubbio talento vi è quel mostro sacro chiamato Aldo Fabrizi che ricopre il ruolo del proprietario dell’azienda che fa capo al laboratorio. Oltre ai due attori non manca la classica macchietta impersonata dal solito Peppino de Filippo che niente toglie e niente aggiunge ad un film di poca sostanza e incapace di suscitare anche un solo piccolo barlume di ilarità.

E’ indubbio che la trama sia quanto di più lontano possibile dal solito canovaccio all’italiana ma allo stesso tempo la resa non è delle migliori con i soliti temi banali dell’uomo infedele, la donna compiacente, la moglie non proprio bellissima, l’assistente innamorata da sempre del dottore e così via senza un vero e proprio salto di qualità.

Rendiamoci conto che in quegli anni, ma diciamo pure nella tradizione cinematografica italiana, la presenza dei grandi nomi dell’avanspettacolo erano garanzia di sicuro successo al botteghino evitando così lo sforzo da parte degli sceneggiatori di offrire qualcosa di più allo spettatore. Insomma il cinema era proprio intrattenimento allo stato puro e nel senso più basso del termine ovviamente con le dovute eccezioni. In questo caso abbiamo una commedia abbastanza insulsa, noiosa e girata interamente nei teatri di posa.

VOTO 4

lunedì 3 settembre 2012

0 Un mercoledì da leoni (1978)

Trama: 1962, California. Matt, Leroy e Jack sono tre ragazzi appassionati di surf, ammirati da tutti per la loro grande abilità sulla tavola. La loro amicizia si prolunga attraverso gli anni fino ad arrivare alla grande mareggiata del 1974, occasione che li troverà di nuovo insieme dopo anni di lontananza…

________________________________________________________________________________________________

Il film (Big Wednesday) è firmato da John Milius e rappresenta davvero un cult movie per tantissimi appassionati di cinema. Io sono arrivata tardi a vedere per la prima volta questa pellicola che in realtà conoscevo solo di “fama” e devo dire che la sensazione finale è di qualcosa di amaro e nostalgico allo stesso tempo. All’inizio se devo essere sincera ho fatto fatica ad entrare nell’ottica del film perché si tratta del classico esempio di sviluppo narrativo lentissimo. Ritmi bassi che proseguono fino ai titoli di coda e che rappresentano secondo me un grosso ostacolo alla visione di questo cult movie da parte delle generazioni più giovani ma poco male, in fondo non si è costretti a vedere tutto quello che è considerato a torto o a ragione un “capolavoro”. Per me si tratta di un film generazionale e molto legato all’epoca in cui si svolgono i fatti cioè 1962-1974, che per gli americani rappresentano un po’ lo spartiacque tra il sogno americano e la dura realtà rappresentata dalla guerra del Vietnam. Il regista non che sceneggiatore ha voluto richiamare quei tempi usando però tematiche più profonde che potessero coinvolgere tutti gli spettatori, statunitensi o meno, come per esempio l’amicizia, l’amore, la famiglia, la morte, tutti elementi che danno risalto ad un film che nasce in primis come omaggio al mondo del surf, sport da noi poco conosciuto e praticato.

In realtà l’elemento più caratterizzante è sicuramente la descrizione di come il passare del tempo a volte possa portare dei cambiamenti anche dolorosi nella vita delle persone, infatti vediamo come Jack per esempio sia costretto a partire per il Vietnam lasciandosi alle spalle la spensieratezza di giorni che non torneranno più e quando torna cova la speranza che la ragazza che aveva lasciato a casa tre anni prima sia ancora ad aspettarlo per poi scoprire che nel frattempo si è sposata. Ma anche Matt riceve un duro colpo dalla vita infatti scopre con amarezza di non essere più considerato dagli appassionati di surf come il più grande campione americano di tutti i tempi in quanto un nuovo surfista più giovane è diventato l’idolo delle folle, scalzandolo di fatto dal trono che l’aveva visto protagonista per tutti gli anni 60. E da qui in effetti che parte la grande sfida alla più grande mareggiata di tutti i tempi, il famoso Big Wednesday, che vede Matt battere il suo giovane rivale ma anche riconoscere il valore di quest’ultimo cedendogli di fatto il testimone e accettando il trascorrere del tempo.

A me il film non ha fatto gridare al miracolo ma gli riconosco il merito di buoni dialoghi e di una stupenda fotografia.

VOTO 6,5

 

La finestra sul cortile Copyright © 2011 - |- Template created by O Pregador - |- Powered by Blogger Templates